Il cardinale Alberoni, un leccaculo all’Italiana (S.V.)

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“In ogni ente c’è un leccaculo.

Campano i leccaculo e vivono bene”, Scriveva il grande poeta russo Majakovskij.

Uno dei tanti libri di Travaglio è “Slurp”, scritto nel 2015, con il sottotitolo di “lecchini, cortigiani e penne alla bava al servizio dei potenti che ci hanno rovinati”. Quindi un libro dedicato all’atavica malattia del giornalismo italiano, di mettersi al servizio dei potenti,  di decantarne le glorie, di promuoverne la beatificazione. Nulla di nuovo rispetto a quanto  non abbiamo visto nella figura di Fantozzi o, se vogliamo spostarci in pieno Rinascimento, al manuale del leccaculismo, scritto da Baldassare Castiglione, “Il Cortigiano”. Per non parlare di Dante che li piazza nell’ottavo cerchio dell’inferno, costretti a subire frustate sulla schiena e sulle natiche e immersi in un lago di sterco. Berlusconi è stato l’ultimo “sovrano” verso cui si è indirizzato il fenomeno che ora sembra stia trovando nuova linfa nella figura di Draghi. (S.V.)

Dall’introduzione di quel libro traggo questo gustoso episodio:

Premessa: “Ancora nel Settecento, quando all’estero erano a corto di leccapiedi,li importavano dall’Italia. Paradigmatica la figura del cardinale Giulio Alberoni, prelato piacentino di umili origini, che fece carriera in politica prima nel ducato di Parma, poi nella Spagna di Filippo V , al seguito del “generalissimo” Luigi Giuseppe di Borbone-Vendome. Racconta Saint-Simon nelle sue “Memorie”:

“Il vescovo di Parma, in missione per conto del suo duca presso il Vendome, comandante delle truppe francesi in Italia, si trovò assai sorpreso di essere ricevuto dal generalissimo mentre stava sul vaso e più ancora nel vederlo alzarsene a metà della intervista e pulirsi il culo davanti a lui. Ne fu così indignato che, pur senza protestare, se ne tornò a Parma lasciando a mezzo la sua missione e dichiarò al duca che , dopo quanto gli era capitato, non intendeva riprenderla. Sul posto era rimasto Alberoni…Il duca pensò che il vaso del signor Vendome non meritasse meglio di un tale ambasciatore (l’abate Alberoni, non ancora cardinale) e lo incaricò di condurre a fine le trattative che il vescovo aveva interrotto. Alberoni, che non aveva ragioni di mostrare la sua fierezza e che sapeva benissimo che tipo era Vendome, decise di piacergli a qualunque costo, per assolvere bene il compito che gli era stato affidato e così salire di più in grazia del suo padrone. Fu dunque introdotto dal signor Vendome mentre sedeva sul suo solito vaso, e seppe rallegrare la conferenza con scherzi e pagliacciate e oscenità che ebbero tanto maggior successo in quanto erano state precedute da ogni sorta di lodi e complimenti. A un bel momento Vendome fece davanti a lui quello che aveva fatto davanti al vescovo: si alzò e si pulì il culo. A quella vista Alberoni esclamò: “Oh, culo d’angelo!” e corse a baciarglielo”. 

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