Ricordo di Michele Pantaleone, nell’anniversario della sua nascita

Il 30 novembre del 1911 nasceva, controvento, Michele Pantaleone, l’uomo che dicono essere stato disobbediente e “scorbutico” (così dicono, ma con chi?), che amò la sua terra a morsi e baci e difese chi ne ebbe la sua cura. Quei contadini che difese sino alle estreme conseguenze educandoli alla legge statale contro ogni forma di sopraffazione parassitaria mafiosa. Il ricordo attraverso il ritratto di Carlo Levi, esposto al museo di Matera

 

 
foto di Gino Pantaleone.

e con una foto mentre coccola i suoi cani (sicuramente fedeli…) alla Pietrosa, nella sua casa di Villalba.

 

 foto di Gino Pantaleone.

 

In ricordo di Michele Pantaleone pubblico un suo intervento fatto a Cinisi il  I7 Febbraio 1979: Convegno su “Potere mafioso e lotta di classe” e pubblicato per la prima volta su Antimafia Duemila il 17.11.2014

 

Il potere mafioso

Voglio esprimere il mio ringraziamento a Radio Aut e al Comitato di Controinformazione, perché mi hanno dato l’occasione di mantenere un impegno che avevo assunto con Peppino Impastato:  un anno fa, proprio di questi tempi, era venuto a trovarmi in occasione di una conferenza-dibattito all’Università di Palermo, nella Facoltà di Economia e Commercio, per impegnarmi a tenere, qui a Cinisi, una conferenza sul problema mafia. Malauguratamente la data coincideva con la campagna elettorale e ho pregato Peppino di rinviare la conferenza a dopo le elezioni, perché non volevo dare l’impressione che io partecipassi in una direzione, anziché in un’altra, alla campagna per le amministrative. Il drammatico, doloroso, brutale evento del 9 maggio, circa una settimana prima delle elezioni, ha impedito l’attuazione di quella iniziativa, e ora sono qui a testimoniare la mia amicizia e la mia solidarietà profonda alla lotta che Peppino Impastato conduceva contro la mafia e che voi avete ereditato e continuate a condurre.

Che cos’è la mafia? Alcune indicazioni e alcuni punti: sono particolarmente commosso che quattro quinti delle persone qui presenti è costituito da giovani: dal primo gennaio ad oggi nella sola città di Palermo sono state uccise 13 persone, nelle tre province della Sicilia Occidentale, Palermo, Agrigento, Trapani, 29 persone, in tutta la Sicilia, in 46 giorni, 42 persone assassinate e 91 attentati. Bastano questi soli dati per impegnare ogni uomo civile, onesto e cosciente, in una lotta contro la mafia.

Che cos’è la mafia? La mafia oggi ha un potere che non ha avuto mai, e non tanto e non solo per la facilità con la quale uccide, quanto per la sua larga diffusione a livello nazionale e internazionale.

Tre giorni fa il “Corriere della sera” riportava la notizia che, in una banca di Salò erano stati trovati 80 milioni di denaro riciclato da tre sequestri, quello di Maurizio Colombo, di Cristina Mazzotti e di Madonia: tre sequestri avvenuti in diverse zone d’Italia e tuttavia  presenti presso la stessa banca, ad opera dello stesso gruppo.  Cioè, dentro l’anonima sequestri vi è un’organizzazione di industria del delitto che si trasforma in industria del potere, in quanto dispone di cifre straordinarie, che a sua volta usa per fini impressionanti.

In questi ultimi dieci mesi, nel triangolo Piemonte-Lombardia-Liguria, un gruppo di persone “parlate”, per i legami con la mafia, (voi conoscete il proverbio dei nostri padri, “picciotta parrata perdi la vintura”; oggi invece l’uomo politico “parlato” raggiunge i vertici del potere, può diventare ministro o sottosegretario), dicevo, alcuni uomini politici siciliani “parlati”, hanno investito denaro, nell’ordine di 47 miliardi, comprando grandi industrie, come la “Venchi Unica” e “l’Orinoco”, pagando i salari ai lavoratori, che non li percepivano da mesi e, pertanto, qualificandosi come benemeriti.

Ora, di punto in bianco, spuntano 80 milioni di denaro riciclato di tre sequestri, presso la banca di Salò: la mafia compra il denaro sporco al 25% del suo valore, lo reinveste nelle banche dell’Australia e del Canadà, ritira un’equivalente percentuale, della quale si serve per reinvestirla, per considerarsi benemerita e ottenere anche riconoscimenti politico-sindacali, che  rappresentano un attentato alla democrazia, alla morale, al diritto di vivere del cittadino.

Ma c’è di più: la mafia non è più un fenomeno circoscritto alle tre province della Sicilia Occidentale e alla provincia di Caltanissetta: la mafia è un’organizzazione di più persone che ha come fine l’accumulazione della ricchezza e come mezzo il delitto, sapendo di non dovere dare conto alla giustizia, perché la differenza tra la mafia e qualsiasi altra organizzazione a delinquere, sta proprio in questo: la mafia sa di non dover dar conto alla giustizia appunto perché svolge un compito, un ruolo al servizio della classe dominante.

La mafia oggi è presente a livello internazionale con ampi collegamenti: nel 1977 la polizia di Tel Aviv è venuta in Italia a sorprendere un summit di mafiosi in una villa vicino a Bergamo; nel 1978 in Germania sono stati arrestati alcuni boss calabresi e siciliani, perché esercitavano l’estorsione e il ricatto; noti boss della mafia sono interessati in istituzioni finanziarie in Germania, in Svizzera, in Inghilterra: Angelo Bruno, il cui vero nome è Angelo Annaloro,, capo di una famiglia di “Cosa Nostra”, possiede una catena di alberghi ed è cointeressato in una catena di banche a Liverpool e a Londra.

Oggi la mafia è, a questo livello, non più un’industria del delitto, non è più il vecchio strumento al servizio della classe padronale agraria,  che esercitava un potere e una violenza nel sistema del feudo, ma è diventata un’industria del potere, e questo riconoscimento è avvenuto recentemente, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario, da parte del Procuratore Generale della Repubblica Pezzillo, il quale ha testualmente detto:-“La violenza della ripresa delle iniziative mafiose (e badate che ancora non eravamo al numero di delitti che poc’anzi ho comunicato), in un intreccio inestricabile di interessi, di rivalità, di egemonie, si indirizza verso il controllo degli appalti, verso gli enti di distribuzione delle acque irrigue, il traffico di droga, i subappalti statali e le sofisticazioni del vino….La criminalità dei colletti bianchi, o economica che dir si voglia, ha un campo d’azione molto più vasto di quello a conoscenza della giustizia penale….”.

Con la spregiudicata conduzione delle imprese a capitale pubblico, gli abusi di concessione di pubbliche sovvenzioni, i crediti agevolati, l’utilizzazione distorta del sistema bancario e la denunzia d’una collusione con il potere politico con quanti, seduti nella stanza dei bottoni, dispongono della nostra, della vostra vita, del vostro avvenire, amici che mi sentite. Se é vero come é vero, che la mafia é organizzazione di più persone appartenenti a tutti i ceti sociali, sempre solidali tra di 1oro, i tre aspetti pronunziati dal Procuratore generale, sono tipici delitti di mafiosi, delitti di malcostume amministrativo, criminalità, specie  quando si parla di colletti bianchi,che costituiscono un tutt’uno, sono il prodotto dello stesso sistema di potere, traggono origine dalla stessa matrice: il Procuratore denunciava il fenomeno, come se fossimo ai ruggenti anni 50,quando anche qui a Cinisi saltavano le giuliette al tritolo e a Palermo c’era la media di due omicidi al giorno:  cioé, siamo ritornati ai tempi che precedettero la Commissione Anti mafia, per cui, l’impegno di Peppino Impastato era un impegno civile, per la difesa. dei valori morali, dei valori umani, del diritto a una vita onesta, a una vita tranquilla: in realtà siamo tornati ai sistemi odiosi degli anni ruggenti che determinarono allora il Parlamento italiano  e i partiti ad approvare la costituzione della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia.

 La responsabilità del Parlamento oggi, per non avere tratto le conclusioni dall’inchiesta è ben grave ed è altrettanto grave la responsabilità dei partiti tutti, nessuno escluso, per il vuoto d’iniziativa dinanzi ai mutati sistemi e meccanismi  che consentono alla mafia di continuare a commettere delitti e essere al contempo presente in molti settori della vita pubblica, conseguenza dell’insensibilità dei partiti, e qui a Cinisi lo avete sperimentato in un drammatico momento, dopo l’assassinio di Peppino, è la caduta di tensione nei giovani, fatto questo che dà, di per sé, la vittoria alla mafia. L’insensibilità, le compiacenze, le collusioni di uomini politici con i boss della mafia sono fatti storicamente documentati e oggi all’attenzione dell’opinione pubblica nazionale. Un’attenta analisi dei motivi di questo disinteresse e acquiescenza porta alla conclusione che la mafia è stata sempre governativa e che  gli uomini di potere si sono serviti della mafia per conquistare determinate posizioni di potere. La mafia fu separatista fino a quando il separatismo offrì la possibilità di un certo tipo di potere a consentire l’accumulazione della ricchezza, è ritornata liberale quando gli americani hanno abbandonato il separatismo, è diventata democristiana quando la D.C. ha garantito ai boss tale accumulazione. Purtroppo  oggi il regime di sistema delle correnti che in atto subiamo, il clientelismo a tutti i livelli è diventato una politica, e in quanto tale è stato adottato dai detentori del potere nei partiti e nei governi, non più come degenerazione della politica, ma come scelta nella quale la corruzione e il prepotere contano in maniera determinante. In questa realtà negativa anche i più squalificati e i più squalificanti assumono un ruolo, Hanno una funzione, riescono a inserirsi nel potere economico, raggiungono determinati livelli, riescono ad acquistare aziende in dissesto e a diventare benemeriti della sinistra e dei sindacati.

E’ fuor di dubbio che, dovendo tutti i partiti, anche quelli di sinistra, colloquiare con le forze politiche colluse o compiacenti con la mafia, sono costretti ad accettarne il sistema, a fare da copertura, ad avallare un certo tipo di politica: da qui la crisi della commissione Antimafia e il disinteresse: i partiti rappresentati in tale commissione non hanno compreso, e, quel che è grave, continuano a non volere comprendere, che lo spirito e la pratica della mafia ha invaso i gruppi di potere dominanti, che la mafia è diventata essa stessa gruppo di potere che si serve delle forze politiche, economiche e sociali, per mantenere e conquistare una sua egemonia politica ed economica. Il fallimento dell’Antimafia sta proprio in questo, nel  timore di portare alle estreme conseguenze  i risultati d’una indagine approfondita e fruttuosa per la massa di materiale probatorio raccolto: timore delle conseguenze politiche che si sarebbero registrate se alcuni partiti avessero reso di pubblica ragione, come s’erano impegnati a fare, le prove di collusioni mafiose  di alcuni boss con la politica. La caduta dell’impegno dei partiti e del potere , la paura di arrivare alle estreme conseguenze, avviene  proprio mentre la mafia manifesta la recrudescenza e la violenza annunciata dal Procuratore e non raccolta dalle forze politiche.

Era questa la testimonianza che desideravo portare oggi e mi scuso per il valore, la passione, direi per il tono che sa quasi di comizio, ma che in quest’atmosfera, non poteva non essere così solidale

Michele Pantaleone

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NOTA: Il convegno, realizzato alcuni mesi dopo la morte di Peppino Impastato, rappresentò  un momento, il primo, di confronto e d’incontro tra le varie forze di sinistra e una verifica su quanto fatto e su quanto ancora da fare nella lotta contro la mafia. Di incontro, ma anche di scontro, per riportare all’attenzione il problema della “centralità mafiosa”, attorno al quale ruota tutta l’impostazione politica ed economica del Sud, in una dimensione spesso occultata o sacrificata ad altre scelte. Non mancarono infatti negli interventi, divergenze di linea tra chi avverte la mancanza d’impegno dello stato, chi, come Caleca del PCI propone i soliti unanimismi delle forze democratiche e chi, come Santino, invitava a fare chiarezza, attraverso una disamina degli errori d’analisi e della caduta d’impegno degli anni passati.

Nella foto un momento del convegno:Da destra Salvo Vitale,  Michele Pantaleone, Turi Lombardo, Peppino Di Lello, Giovanni impastato,Umberto Santino e Nuccio Di Napoli

Il ruolo di Michele Pantaleone, i suoi scritti, i suoi interventi, le vicende della sua vita  si trovano nel libro di Gino Pantaleone “Il gigante controvento” edito da SCE (Spazio Cultura Edizioni)  Palermo, 2014

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