Santi Savarino , Danilo Dolci, il cardinale Ruffini e il sindaco Rao. (S.V.)

Danilo 20 -1992

7131934a-c00c-45c8-88d6-f03327fa0ab7

(Salvo Vitale e Pierluigi Basile)trasferimentoDanilo 20 -1992

Domenica 12 febbraio 1956  Santi Savarino, direttore del Giornale d’Italia e senatore della repubblica, eletto con il 63% di voti nella Democrazia Cristiana, dedicava a Dolci un lungo articolo di fondo sulla prima pagina del suo quotidiano, dal titolo “E parliamo del sig. Danilo Dolci….” Un lungo testo carico di livore che riflette la cultura e i pregiudizi del suo autore e la sua precisa volontà: “demitizzare” il personaggio e “demistificare” la sua opera per instillare il dubbio che dietro il paravento de «l’apostolo Danilo» – come ironicamente lo definisce Savarino – ci sia ben altro. Il nostro Dolci – sempre chiamato “signore”, ad evidenziare l’assenza di titoli – «vive comodamente, non ha né arte né parte, e scrive libri» secondo Savarino, che “invece”, politica a parte, viveva scrivendo anche lui libri, articoli e, a tempo perso romanzi e commedie.     Danilo era dunque un nullafacente e per di più un mantenuto che non rinunciava ai vantaggi della sua condizione, tanto da marciare «in Lancia di grossa cilindrata regalatagli da benefattori». Non era l’unica contraddizione a saltare davanti gli occhi dell’acuto senatore: infatti il suo aspetto corpulento  e massiccio stonava con i lunghi periodi di astensione dal cibo: secondo il malizioso senatore :, «digiunava in pubblico – il giorno, ché, per la notte, dobbiamo credergli sulla parola». Tutto, dal suo comportamento alle sue scelte più inattese (come la decisione di sposare una popolana trappetese, la vedova Vincenzina Mangano) rispondevano secondo il noto giornalista, alla precisa volontà di incantare il mondo esterno, costruendo a tavolino una figura fittizia così descritta: «il redentore, l’atteso, il messia, un novello San Francesco che incanta i lupi e uccelli e sposa, materialmente stavolta, sorella Povertà, con sette figli, per dimostrare tutto il suo disinteresse e il suo amore per il popolo». Il senatore si sforzava allora in tutti i modi di strappare questa immagine illusoria e mostrare la realtà oltre le apparenze: dunque Dolci veniva dipinto come un bugiardo eretico («si dice cattolico [ma] fa la propaganda protestante»), pericoloso in quanto circondato da pregiudicati venuti da lontano e sostenuto dai comunisti. Le puntuali denunce contenute nei suoi studi e nei suoi innumerevoli appelli scaturivano da una «congegnata campagna scandalistica per fini non chiari, o chiarissimi» : «specula[va] sulle disavventure di tutta una cittadinanza, di tutta una regione, che ha avuto la disgrazia […] di far parlare di sé a causa di qualche bandito». E allora nelle conclusioni ecco Savarino ergersi a paladino di una Partinico offesa, tradita, illusa che «non ha bisogno di ciarlatani» ma di concrete risposte da parte dello Stato centrale e del governo regionale: e pazienza se in apertura aveva ricordato che grazie a quello strambo, «piombato da ignoti lidi», la Cassa per il Mezzogiorno aveva da poco stanziato 51 milioni per la costituzione di un consorzio irriguo tra 400 agricoltori. A Roma – forse voleva suggerire – dovevano imparare a rispondere solo alle sollecitazioni giuste: tipo quelle dell’inascoltato sindaco, che da anni lamentava le mille difficoltà del suo comune, o quelle del prefetto di Palermo Migliore, il quale nelle periodiche relazioni al ministero dell’interno si sforzava in tutti i modi di svilire la figura e l’impegno sociale del finto apostolo, rimanendo sulla falsariga della requisitoria di Savarino. Con quale furiosa indignazione il nostro senatore avrebbe appreso la notizia che un Istituto scolastico, proprio nella sua Partinico, sarebbe stato intitolato a quel “cialtrone” di Dolci possiamo solo immaginarlo. Non solo una scuola, ma anche una strada e, in questi giorni una piazzetta con un murales. Quello che non possiamo nemmeno immaginare è come avrebbe reagito alla notizia che il suo nome invece è stato  tolto dal Liceo cittadino per far spazio a due “signori” come li avrebbe definiti lui – tali Peppino Impastato e Felicia Bartolotta –  (uno dei quali noto bestemmiatore e fannullone), che appunto non ebbero in vita titoli accademici, ma come Danilo scrissero pagine indimenticabili di Storia . Ma ancor di più strano sembra che il sindaco di Partinico, dopo essersi battuto affinchè il nome del Liceo Scientifico restasse quello di Santi Savarino, del quale diceva di essere  un estimatore a parole, perché non crediamo che abbia letto mai nessuno dei suoi scritti, prima si è presentato, come se niente fosse, alla cerimonia di nuova intestazione del Liceo e adesso, il 28.6  sarà presente a quella di intitolazione di una piazzetta, una volta sede di un orinatoio e di una pescheria, a  quel morto di fame di Danilo Dolci:. Persino il cardinale Ruffini lo elencava come uno dei mali della Sicilia in una sua lettera pastorale scritta due anni prima, nel 1964  intitolata “Il vero volto della Sicilia”: “In questi ultimi tempi (…) è stata organizzata una grave congiura per disonorare la Sicilia; e tre sono i fattori che maggiormente vi hanno contribuito: la mafia, il Gattopardo, Danilo Dolci.”

Secondo lo storico  padre Francesco Michele Stabile, che, parlando dei cardinali palermitani richiama la definizione sciasciana “i consoli di dio”,  si tratta di un’espressione di quel fenomeno  chiamato “clerico-sicilianismo” secondo cui  chi mette in cattiva luce l’immagine della Sicilia,  parlando dei suoi mali, è da considerare più pericoloso dei mafiosi, perché non ama l’isola e getta fango su di essa. Di fatto non c’era nessuna congiura e riesce difficile spiegarsi quale nesso potevano avere i tre fenomeni, dalle inchieste di Dolci al romanzo di Tomasi di Lampedusa, diventato nel 1963, uno splendido film.  Se è vero che questo è il primo documento religioso in cui si nomina la parola “mafia”, si consideri che il fenomeno è considerato di poca importanza, poco più che espressione di delinquenza comune che nulla aveva a che fare con le sue complicità politiche con la classe dirigente.

Considerando le date, Savarino scrive il suo articolo dieci giorni dopo che Danilo aveva organizzato “lo sciopero alla rovescia”, il 2 febbraio 1956, conclusosi con l’arresto dei partecipanti e con un sommario processo che li mandò in carcere per occupazione di suolo pubblico. Le lettere  scritte dai migliori intellettuali italiani, a partire da Elio Vittorini a Carlo Levi e la difesa di Piero Calamandrei , diventata famosa con il titolo “Processo all’art. 4”, non servirono ad evitare a Dolci e ai suoi collaboratori il carcere. Savarino in quel momento intende “togliere la maschera” a un agitatore, schierandosi con tutti coloro che avevano ritenuto positiva la detenzione per tutti quelli che erano andati a sistemare una strada, per raggiungere le proprie campagne, visto che chi avrebbe dovuto farlo non lo faceva. Il senso di quella iniziativa venne così espresso dal sociologo Aldo Capitini: “ In sostanza che cosa aveva fatto Dolci? Si era buttato a studiare le ragioni del banditismo, della violenza, della miseria, della disgregazione fisica, dell’ignoranza e aveva trovato che la mancanza di lavoro, nei disoccupati e nei sottoccupati, era la ragione dominante di quei mali. Ed allora aveva preparato per mesi, con la sua meticolosità di architetto, lo sciopero a rovescio (…). Le parole più gravi che Danilo disse, rimproverategli come diffamazione, “non assicurare un lavoro a questa gente è un assassinio”, erano verissime, perché espresse da chi era risalito alle cause”. Senza dimenticare che, dopo 20 giorni di carcere, venne respinta la richiesta di libertà provvisoria, perché la sua condotta era “un indizio manifesto di una spiccata capacità a delinquere”. Il che, in fondo, è quello che anche Savarino pensava di Dolci.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Seguimi su Facebook