Peppino non era solo cultura e politica (Piero Impastato)

74 con Piero

Una testimonianza di Piero Impastato, compagno, amico e cugino di Peppino Impastato, pubblicata nel mio recente libro  “Intorno a Peppino” (editore Di Girolamo Trapani). Piero è un ottimo chitarrista classico e vive a Cinisi.  (S.V.)            

 

Copertina Intorno a P.

 

 

 

Mi piace cominciare questi miei ricordi su Peppino citando la prima strofa della canzone di Francesco De Gregori “Cercando un altro Egitto”:

 

“Era mattino presto, e mi chiamano alla finestra

mi dicono “Francesco ti vogliono ammazzare”.

lo domando “Chi? loro fanno cosa?”.

Insomma prendo tutto, e come San Giuseppe

mi trovo a rotolare per le scale, cercando un altro Egitto.”

 

Eravamo io e Peppino, nell’aprile di una tiepida mattina di molto tempo fa (anni ’75-’76) insieme su una vecchia cinquecento a salire e scendere, come d’abitudine, per il corso di Cinisi, a bighellonare ascoltando la musica che uno scassato mangiacassette montato sull’auto diffondeva nell’angusto abitacolo, quando cominciarono i primi versi di questa splendida canzone, che non conoscevamo, restammo stupiti e muti, affascinati dalle fantastiche quanto reali immagini create da quelle frasi. Peppino mi guardò e col suo solito piacevole sorriso ironico mi disse: “Questa canzone è strana ed inquietante ed allo stesso tempo mi ricorda la diafana e lucida trasparenza della scrittura kafkiana di cui non posso che essere affascinato”. Questo episodio è rimasto sepolto nella mia memoria per tanto tempo, per ritornare a galla subito dopo la morte di Peppino il 9 maggio del ’78: quasi naturalmente mi vennero in mente la canzone di De Gregori e le parole di Peppino e ricordai il brivido di tristezza inconscio che provai allora, quasi un segnale premonitore di quello che sarebbe successo poi, una sorte segnata e, pensando a quel sorriso ironico di Peppino, ho avuto quasi la postuma impressione che lui si fosse riconosciuto nelle parole di De Gregori, quasi consapevole che sarebbe stato ammazzato come detto nella canzone, cosciente che non gli sarebbe stata data la possibilità di trovare un altro Egitto. Sono parente di Peppino, ma quello che più conta è che ho avuto la fortuna di vivere un pezzo della mia vita insieme a lui,

condividendone lotte  politiche ed emozioni: quello che più mi preme sottolineare è che Peppino era un uomo brillante a cui piaceva la vita, aveva un carico di ironia che ti faceva gustare in maniera amena anche la realtà più banale. Studiava e leggeva sempre, curioso di tutto: ma non faceva pesare la sua cultura e la sua intelligenza superiore, perché tutto era filtrato da una grande modestia ed umiltà con cui si metteva disposizione di tutti quelli che avevano bisogno d’aiuto e soprattutto dei più deboli e degli sconfitti.  Entrambi eravamo iscritti nella facoltà di filosofia di Palermo, qualche volta abbiamo preparato qualche esame studiando insieme, ma nessuno di noi prese la laurea che, avendo una rivoluzione da fare, sarebbe stata una inutile perdita di tempo.

Mi ricordo che Peppino una volta dette un esame sulla storia dell’economia senza essersi preparato e senza aver letto alcun libro di testo e prese un bel trenta perché, mi disse. col professore che lo interrogava si misero a disquisire su Karl Marx, Friedrich Engels, Ludwig Feuerbach etc., questo per dire la densità culturale e soprattutto politica da lui raggiunta.

 

Ma Peppino non era solo cultura e politica, era un uomo che si divertiva a vivere: bellissima quella mangiata dissacratoria e blasfema organizzata in piazza V.E. Orlando, a Cinisi, dove insieme ad altri tre amici abbiamo consumato un magnifico pranzo con antipasti, carne ed anelletti con carne tritata innaffiati da un ottimo vino spumante e conclusasi con l’indimenticabile offerta da parte di Don Santo, proprietario della pasticceria allora ubicata nell’ angolo della piazza, dei famosi dolci a forma di pesca ripieni di ricotta. Quante volte abbiamo giocato a calcio nei terreni   espropriati ai contadini di Cinisi durante la costruzione della terza pista dell’aeroporto Falcone e Borsellino: il suo ruolo era ala destra e gli piaceva ironizzare nel descrivere le sue azioni, si vantava della sua agilità e della sua abilità nel dribblare.

 

Sono molti i ricordi che mi vengono in mente, ma più che di attività politica di cui quasi tutto è stato detto, mi piace descriverne gli aspetti di vita quotidiana da cui, come detto sopra, esce fuori un Peppino frizzante e pieno di vita come l’allegra visione che mi torna in mente di una gita a mare: Peppino sopra una barca in mezzo al mare, con mio padre ed altri due amici Salvo Vitale e Giacomino Abbate, fermi in una zona sabbiosa a pescare con il “tradimento” che consiste nel calare con una corda dalla barca,  sul fondo sabbioso, una rete attaccata ad un cerchio metallico: io scendevo giù in acqua dove poggiava l’attrezzo e mettevo nel centro della rete, dopo averli aperti, dei ricci di mare, che attiravano i pesci. Su, dalla barca, si controllava il fondo con uno specchio e quando il cerchio era brulicante di pesce con un rapido movimento si tirava su il cerchio con la rete e tutti i pesci che c’erano dentro. Peppino era addetto allo specchio ed a tirare la corda e ricordo sempre l’attenzione e la passione con cui eseguiva i vari movimenti e soprattutto l’allegria quando il cerchio risaliva carico di pesci (che per lo più noi chiamiamo viole, ( in italiano anche donzelle). Dopo aver pescato alcuni chili di pesce, ci ritiravamo in una delle tante calette per gustare quel magnifico pescato, friggendolo con una padella ed un fornellino che avevamo portato con noi ed innaffiando tutto con un magnifico vino bianco.

 

Mi piace ricordare le varie volte che da Cinisi ho accompagnato con la mia malconcia fiat 850 la madre di Peppino Felicia presso la caserma di fanteria di Trapani, dove Peppino faceva il militare: strano vederlo con la tuta mimetica insieme agli altri militari, ma con la sua solita grande ironia riusciva a superare anche quei momenti di grotteschi ordini e maniacali regolamenti: per il giorno del fatidico giuramento, oltre alla madre Felicia, portai con me anche il padre Luigi, e quando nella vasta piazza della caserma sfilavano i militari, non riuscivamo ad intravedere Peppino, perché fu fra gli ultimi ad entrare Insieme alla banda militare, era in divisa ed aveva una splendente tromba d’ottone al braccio: ho  avuto l’Impressione, che il padre per un momento fosse fiero del figlio.

Purtroppo l’atteggiamento di Luigi nei confronti di Peppino era molto conflittuale: una volta accompagnai entrambi al distretto militare di Palermo perché non avevano la patente e dovevano conferire con qualcuno all’interno; ma allo stesso tempo per entrare ci voleva la carta d’Identità che nessuno dei due aveva portato con sé. A questo punto Peppino, restio a sopportare cavilli burocratici, scende dalla macchina e se ne va, tento di fermarlo, ma è già lontano, il padre comincia ad urlare ed inveire prima contro di lui poi se la prende con me dicendo che, insieme  ” a ddì quattro lordi comunisti” avevo condotto il figlio sulla cattiva strada ed indicandomi, alla molta gente che era là, come colui che aveva fatto impazzire il figlio: provai molto imbarazzo perché tutti mi guardavano in malo modo e non vidi l’ora di andarmene.

 

Una sera alla pizzeria di Luigi Impastato, prima dello strano incidente in cui perse la vita, ero seduto con due amici in un tavolo a gustarmi una bella pizza innaffiata da un bel vino zibibbo, Luigi era seduto alle mie spalle, in una posizione centrale per controllare ed incassare e parlava con un’anziana signora democristiana, “a Marchìsa”, seduta vicina a lui: ad un tratto uno dei miei amici mi dice che Luigi ce l’ha con me: mi sembra strano, perchè il tempo l’ho completamente dedicato alla pizza ed ai miei amici, faccio silenzio e sento che mi dice “Amunì, Piero ‘un fari u buffuni”’, al che, forse per lo zibibbo o chissà perché, mi volto verso di lui e gli chiedo cosa vuole: mi ripete di non fare il  buffone, al che mi alzo e mi piazzo davanti a lui ed alla “Marchesa” e, dandogli del lei, gli dico che nella pizzeria se c’era uno che era buffone quello era lui: successe il finimondo. scattò per acchiapparmi ma non ci riuscì, afferrò una grossa sedia e proprio nel momento in cui mi stava colpendo, intervenne il pizzaiolo, fortunatamente abbastanza robusto che lo immobilizzò. La madre di Peppino che quella sera era presente alla scena e si spaventò abbastanza, temendo sulla mia sorte (testa spaccata) mi spiegò che molto probabilmente il dialogo fra Luigi e la “Marchesa” verteva come sempre sul solito anticomunismo viscerale e che come sempre, alla ricerca, del solito scaricabarile di responsabilità, Luigi pensava che io insieme «a ddì quattru lordi di comunisti” fossimo colpevoli della strada che aveva intrapreso il figlio ed in un inconfessabile complesso di persecuzione, quella sera, pensava che lo deridessi, prendendomi gioco di lui. Posso affermare, in verità. che non avevo pensato minimamente a lui e che debbo ringraziare il robusto pizzaiolo se posso ancora raccontare questa grottesca avventura.

 

L’ultima volta che ho visto Peppino in vita è stato il 7 maggio 1978, verso le 24,00, presso la stazione di Cinisi-Terrasini: stavo aspettando l’arrivo del treno perché dovevo prendere un amico; lo vedo arrivare con la Fiat 850 bianca della zia: ci siamo salutati e mi è sembrato abbastanza sereno e tranquillo, ma, quando ci siamo lasciati, ho avuto come la netta sensazione che non eravamo soli, come se qualcuno stesse spiando le nostre mosse ed ho riflettuto parecchie volle su quella sera e su come Peppino fosse solo ed indifeso: un uomo che avrebbe dovuto essere protetto, lasciato in balia di quattro mafiosi bastardi assassini.

Sono orgoglioso di essere stato amico di quel “lordu e fìtusu” di Peppino, come lo definiva e continua a definirlo ancora oggi la borghesia mafiosa di Cinisi, e mi auguro che il futuro possa riservarci una moltitudine di “fitusi e ‘ngrasciati” che, come lui, porteranno avanti quegli ideali di giustizia, di uguaglianza, di libertà, di solidarietà che questo mondo di merda sembra avere dimenticato

 

Nella foto: Piero e Peppino Impastato in una foto del 1967 

 

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