Partinico: Il pino e le palme (Giuseppe Cipolla)

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G.C.Barlotta Pigno!952

Questo articolo è stato pubblicato da Giuseppe Cipolla in un libro curato da lui stesso e da Giuseppe Casarrubea   dal titolo:  “Società e storia di un territorio” – editore Vittorietti-  Palermo 1982 pag.338-345) A quarant’anni di distanza è successo quello che  il prof.Cipolla aveva lucidamente previsto, il pino è crollato.

 

Non è raro il caso che grossi e secolari alberi diventino immagini simbolo di un centro abitato, di una città. Guernica, la cittadina basca oggetto, nell’aprile del 1937, dello spietato bombardamento nazista che ispirò il famoso quadro di Picasso, aveva come simbolo, appunto, una quercia, sotto la quale si riunivano i maggiorenti della città.

Tra le tante immagini che possono essere assunte a rappresentare Partinico –  lo snello e aereo campanile del Duomo, la fontana settecentesca –  quella del pino di via Montelepre è tra le più note e, vogliamo sperare, ancora tra le più care agli abitanti del luogo. Piantato saldamente alla periferia, a pochi metri dalla strada provinciale per Montelepre-Palermo, sembra  augurare buon viaggio a chi esca dalla città; col suo vasto e maestoso ombrello è una presenza rassicurante per chi vi rientra dal lavoro, e con le sue larghe ombre fa pregustare il fresco riposo tra le spesse mura della propria casa nei giorni della calura estiva. Sembra stare a guardia della città in una delle sue punte più inquiete, e per questa sua funzione esso si corrisponde con la collina ,Cesarò, tradizionalmente rappresentata come un leone  adagiato e guardingo a monte del paese. La Montagna del Re, (come viene chiamata anche la collina) e il pino: visti da vicino sembrano, a volte, figure incombenti, entrambe belle, sempre.

(Foto del 1952 con u peri di pignu) È interessante notare come la città si distenda tra due poli designati nella toponomastica popolate corrente col nome di due alberi: ‘u pignu”, da un lato, e “u peri di parma” dall’altro. Per i partinicesi questi due poli sono luoghi di riferimento, punti fissi da cui misurare distanze, proprio come si fa con il palchetto musicale (‘u teatrinu) o con il monumento ai caduti e si dice “ quantu di cca ò peri di parma ,-  di cca a u pignu”, per precisare un certo numero di metri e il tempo per percorrerli  a piedi. Da nord-est a sud-ovest, dal pino alle palme, corre un asse di due chilometri, in gran parte occupato dal cassero; su questo asse Bruno Caruso, in un disegno che titolò Topografia di Partinico, distese in tutta la sua lunghezza un cadavere di un uomo, si capisce assassinato. E anche questa è un’immagine vera di Partinico, il volto suo di banditismo, di mafia, di violenza, tristemente famoso nel mondo. Ma se (prima della devastazione attuale) circuivi la città, se la guardavi dall’alto, dallo stradale di Borgetto, da Montelepre, o se l’avvicinavi proveniente da Alcamo, ti sembrava di conquistare una bella e nobile signora: dall’uno e dall’altro capo immagini altere di torri. Il pino superbo, le palme gentili. Agli acuti viaggiatori stranieri del secolo scorso non sfuggì  la contraddizione di Partinico. Calavano da Sagana, varcavano Portella di mare e rimanevano estasiati per la bellezza dei luoghi e del paesaggio. Entravano a Partinico e si turavano il naso. Quale puzzo essi percepivano? Quello deI cadavere dell’ultimo morto ammazzato? O anche quello delle vili belve assassine? O più semplicemente quello dei maiali, lasciati liberi nelle strade, e delle galline? Ma usciamo dalla città e ritorniamo al pino e alle palme: immagini di vita e di nobiltà che innocenti presidiano tanta morte e volgarità. Eppure dalla città un popolo laborioso e festante non ha mancato di onorarli; messaggi di vitalità agonistica sono stati portati alle palme e alla Torre Bonura (a turri) dal giannetto fumante e pazzo di vittoria che rompe iI nastro del traguardo nella corsa della bandiera, a’ punta ri balati, nei caldi pomeriggi dei festini di agosto. Traguardo anch’esso iI pino, ma della passeggiata domenicale di migliaia di persone, di giovani e ragazze ostentanti i colori degli abiti festivi: aI pino portavano messaggi di pace e di amore. Nella strada del pino sorse poi, nell’ immediato dopoguerra, I’Arena Greco, un locale fatto alla grande, come permettevano ai fratelli Greco i prosperi guadagni ricavati dall’altro cinematografo di cui erano proprietari, l’Excelsior, negli anni della “frenetica passione “ dei cinema. E anche questo ritrovo negli anni quaranta e cinquanta allietò ancor di più la strada,  ne accrebbe la funzione di spazio destinato agli « onesti diporti » dei cittadini, al sano impiego del tempo libero dal lavoro e dallo studio. L’espansione edilizia pubblica e privata, dalla fine degli anni cinquanta, è venuta via via cancellando gli orti, gli uliveti e Ie siepi fiorite, che facevano, un tempo, ala odorosa alle allegre comitive. L’Arena Greco è stata distrutta. Due grossi quartieri nuovi gravitano oggi sulla strada di Montelepre e ne rendono iI traffico caotico e rumoroso. Per una di quelle deliberazioni comunali dimentiche delle più autentiche tradizioni locali, quella che per voce di popolo è la via del pino (‘a via ru pignu) è diventata il Viale della Regione; e di questa nostra Regione porta davvero i segni della confusione, della assoluta mancanza di riguardo per i nostri grandi e per i nostri umili beni culturali e ambientali. Anche la torre Bonura e le palme, come il vecchio pino, subiscono I’assedio del cemento armato. La loro solitudine fiera era custodita da un muro che nel territorio cinge ovunque torri, caseggiati e ville dei signori feudatari e dei ricchi gabelloti dei secoli scorsi. Quel muro proibiva al passante la vista dei tronchi degli alberi secolari e del terreno su cui si ergevano. Esso nutriva la fantasia eccitata di noi ragazzi di tanti anni fa che immaginavamo chissà quali meraviglie di natura e artifici umani là in quella torre, tra quelle palme, sotto quel pino, oltre quel cancello e quelle case che lo stesso muro di cinta chiudeva e che si aprivano soltanto alla dolcezza dei giardini interni. Una grossa breccia permette oggi di entrare e di uscire agevolmente dall’area un tempo chiusa del pino. In una epoca in cui non si fa più mistero di nulla, l’avere svelato a passanti giovani e meno giovani cosa c’è dentro  quell’area ha significato ben poco. Grave è invece se i cittadini non reagiscono a ciò che l’ignoranza e l’incuria di amministratori e di tecnici hanno già apparecchiato per il pino. Antica proprietà dei marchesi Bellaroto, il fondo Raccugli, su cui esso sorge, è finito all’Istituto Santo Canale delle Suore Cappuccine Francescane, per donazione delle marchesine, ultime eredi senza figli, che così hanno creduto di assicurarsi la vita eterna nell’aldilà. Per un incerto destino ultraterreno, peraltro affidato a mediatori, a quanto pare sempre meno accreditati nel regno dei cieli, le povere signorine marchesine hanno rinunciato a una sicura fama terrena, che senz’altro si sarebbero meritata con una cessione al Comune, almeno della parte murata del vasto fondo dove si eleva il pino, col vincolo di crearvi, per ristoro e decoro dei cittadini e della città una villa intitolata al loro nobile casato. Tutto il fondo è stato di recente espropriato dal Comune che lo ha destinato all’edilizia economica e popolare (PEEP). Ed è dato supporre che l’indennizzo al nuovo proprietario – l’istituto Santo Canale – abbia lautamente compensato i suoi buoni uffici presso il creatore per la pace delle anime dei vecchi proprietari. Finita miseramente la pagina di un’illustre famiglia, alla quale si è legata nei secoli scorsi e neI nostro la vita del pino, ne comincia un’altra di gran lunga più misera. La vecchiaia, la solitudine, il vuoto che si prova a sentirsi ultimi di un’antica progenie, può fare vacillare anche la coscienza che può farsi carico delle colpe degli avi, dei torti commessi agli uomini e a Dio di una razza abituata al comando. E in questo contesto la decisione di donare tutto alla chiesa può essere giustificata e interpretata non già come follia senile, ma come estrema testimonianza di liberalità aristocratica e di fede cristiana.

Pigno 3Ma come giudicare invece l’operato di un gruppo di tecnici (dipendenti comunali e progettisti esterni) che traccia sulla carta un piano edilizio presuntuoso e bizzarro, senza alcuna cognizione delle pregevoli preesistenze culturali da salvare e da inserire nel nuovo contesto urbano ( i resti di una villa tardo-rinascimentale, un portale cinquecentesco, graziose colonnine in tufo nei viali del giardino, il pino secolare?). Si arriva all’assurdo di progettare  uno dei grossi edifici a pochissimi metri dallo stesso pino, col pericolo, perciò di infliggergli un colpo mortale col taglio delle arterie sotterranee. Anche se il pino sopravvive, lo sconcio estetico rimane ed è grande. E come giudicare la stessa amministrazione comunale che, priva di una politica culturale,  ha ignorato l’operato dei tecnici e permesso uno scempio che si poteva evitare, mantenendo gli stessi indici volumetrici, senza diminuire cioè il numero dei vani da costruire, e dando esempio, con l’edilizia PEEP, di una diversa qualità nel costruire una città? Più di un secolo fa il nostro concittadino Carmelo Pardi poteva osare con la sua calda oratoria denunciare  la “lega dei tristi” che si era impossessata del Comune e persino la “ malandrineria” dei gruppi che se lo contendevano, Oggi che i tempi non sono meno tristi dei suoi, prudenza vorrebbe che si tacesse, che ci si facesse i fatti propri, secondo quel codice   della cultura mafiosa che nella nostra città è ormai la legge. Ma quando gli “errori” si commettono per ignoranza, per incuria, per mancanza di amore al proprio paese? Quando lo scempio è meramente gratuito, non soggetto alla speculazione edilizia privata, agli interessi mafiosi di questo e di quello, al gioco degli appalti (un gioco al quale si vince sempre, come è ormai risaputo), contro chi bisogna prendersela, e come? Ma davvero Partinico è un paese da lasciar perdere?

 

 

 

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