La strage di Bologna: dopo quarant’anni  nessuna verità  

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Si  trattò del  più grave atto terroristico avvenuto in Italia nel secondo dopoguerra.  Malgrado fosse subito evidente che il gesto era l’ultimo segnale in ordine di tempo della strategia neofascista della tensione che aveva segnato  gli anni ’70 e ’80 in Italia, dopo una serie di depistaggi, la sentenza finale del 1995 condannò Valerio Fioravanti e Francesca Mambro «come appartenenti alla banda armata che aveva  organizzato e realizzato l’attentato di Bologna» e per aver «fatto parte del gruppo che sicuramente quell’atto aveva organizzato», mentre nel 2007 si aggiunse anche la condanna di Luigi Ciavardini, ritenuto anche lui esecutore, minorenne all’epoca dei fatti. La banda c’era, ma non si è trovata. Tutto qua

Il Governo italiano (allora presieduto da Francesco Cossiga) e le forze di polizia attribuirono lo scoppio a cause fortuite, ovvero all’esplosione di una vecchia caldaia  nel sotterraneo della stazione, ma già i primi rilievi evidenziarono  la natura dolosa dell’esplosione, avvalorando l’ipotesi della  matrice terrorista neofascista, come sostenne “L’Unità”  del 3 agosto, basandosi su una presunta rivendicazione da parte dei NAR.  La telefonata dai NAR, si accertò che era  partita da una sede fiorentina del SISMI.

Licio Gelli, Maestro Venerabile della P2, condannato per il depistaggio delle indagini, arrivò a dichiarare che  l’esplosione era  stata causata da una fuga di gas, e da un mozzicone di sigaretta.

 

Il complotto internazionale

Arrivarono segnalazioni  di un complotto internazionale che coinvolgeva terroristi stranieri e neofascisti italiani latitanti all’estero con collegamenti in Italia, ma si trattava di  un montaggio costruito a tavolino, utilizzando vecchie informazioni e notizie completamente inventate. Le operazioni di depistaggio furono progettate ed eseguite da un settore deviato del SISMI, all’epoca diretto dal generale Giuseppe Santovito, iscritto alla P2 e morto nel 1984. Altri depistaggi vennero messi in atto con il ritrovamento, Il 13 gennaio 1981, in uno scompartimento di seconda classe del treno Espresso 514 Taranto-Milano, di  una valigia con  otto lattine piene dello stesso esplosivo usato alla stazione, un mitra MAB, un fucile automatico da caccia, due biglietti aerei Milano-Monaco e Milano-Parigi: l’operazione  era un falso del gruppo deviato del SISMI, che voleva accreditare la tesi della pista estera.

La valigia era stata messa da un sottufficiale dei carabinieri e conteneva oggetti personali di due neofascisti, un francese e un tedesco, chiamati Raphael Legrand e Martin Dimitris, i cui nomi ricorrevano in un falso  dossier scritto dal vicecapo del SISMI, il generale Pietro Musumeci   e che sarebbero stati gli autori e i mandanti della strage.

I giudici della Corte d’Assise di Roma scrissero: «la ricostruzione dei fatti, basata su prove documentali e testimoniali, e sulle dichiarazioni degli stessi imputati, fa emergere una macchinazione sconvolgente che ha obiettivamente depistato le indagini sulla strage di Bologna. Sgomenta che forze dell’apparato statale, sia pure deviate, abbiano potuto così agire, non solo in violazione della legge, ma con disprezzo della memoria di tante vittime innocenti, del dolore delle loro famiglie e con il tradimento delle aspettative di tutti i cittadini, a che giustizia si facesse.»

 

Le vicende giudiziarie  del generale Pietro Musumeci, di Francesco Pazienza e di Giuseppe Belmonte sono passate da pesanti iniziali condanne a successive assoluzioni  o riduzioni di pena. Niente associazione per delinquere, niente «Super-SISMI», ma una piccole attività censurabili e realizzate con fini di lucro, e nessuna organizzazione segreta parallela ai servizi segreti militari.

 

Neofascismo alla sbarra e poi in libertà

Il 28 agosto 1980 la Procura della Repubblica di Bologna emise 28 ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra dei Nuclei Armati Rivoluzionari, di Terza Posizione e del Movimento Rivoluzionario Popolare. A questi se ne aggiunsero altri, per un totale di oltre 50. Le accuse erano quelle di associazione sovversiva, banda armata ed eversione dell’ordine democratico. Tutti saranno successivamente scarcerati nel 1981. L’11 dicembre 1985 i giudici istruttori Vito Zincani e Sergio Guastaldo, accogliendo le richieste dei magistrati Libero Mancuso e Attilio Dardani, emisero venti mandati di cattura e il 14 giugno 1986 furono rinviate a giudizio altrettante persone. L’11 luglio 1988 la sentenza con la condanna all’ergastolo per il delitto di strage di Massimiliano Fachini, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Sergio Picciafuoco. Il successivo processo d’appello, quattro anni dopo si risolveva in  una complessiva assoluzione per tutti, e dovevano passare altri sei anni perché le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione dichiarassero che il processo d’appello doveva  essere rifatto, in quanto la sentenza era  definita illogica e priva di fondamento, «tanto che in alcune parti i giudici hanno sostenuto tesi inverosimili che nemmeno la difesa aveva sostenuto»  Ma già un congruo numero di neofascisti  erano stati prosciolti.

 

Nuovo processo durato solo un anno . sino alla sentenza del 16 maggio 1994, con l’ergastolo per  Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Sergio Picciafuoco. Assolto Massimiliano Fachini. Nuove vicende sino alla sentenza definitiva della Cassazione del 23 novembre 1995. Furono condannati all’ergastolo, quali esecutori dell’attentato, i neofascisti dei NAR Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che si sono sempre dichiarati innocenti (mentre hanno ammesso e rivendicato decine di altri omicidi, con l’eccezione di quello di Alessandro Caravillani, di cui la Mambro si dichiara innocente), mentre l’ex capo della P2 Licio Gelli, gli ufficiali del SISMI Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, e il faccendiere Francesco Pazienza (collaboratore del SISMI) furono condannati per il depistaggio delle indagini. Nuove vicende processuali con altre assoluzioni, sino  alla condanna a 30 anni di Luigi Ciavardini, con sentenza definitiva del 2007 e la conferma dell’ergastolo per Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, riconosciuti definitivamente colpevoli

 

Viene da fare un’amara risata se si pensa al risarcimento che Fioravanti e Mambro sono stati condannati a pagare:  2.134.274.007,02 euro, più gli interessi, dalla sentenza al saldo effettivo, e 22.500 euro di spese processuali.

 

Di tutto, di più

Sulla strage di Bologna si è detto di tutto: oltre alla pista neofascista, la più gettonata, ratificata anche da una lapide, dalla quale qualcuno voleva rimuovere proprio la parola “fascista”. si è parlato di un tentativo di dirottare l’attenzione dalla strage di Ustica, allorchè sembra essere avvenuta una battaglia nei cieli per uccidere il leader libico Gheddafi,  di contatti con la mafia, a partire da Portella della Ginestra per arrivare alle stragi mafiose del 1992. E’ stata tirata in mezzo la massoneria, il SISDE, il SISMI,  i servizi deviati, la crema del neofascismo italiano, la banda della Magliana, la ndrangheta, eventuali relazioni o diversioni rispetto al  crack finanziario del Banco Ambrosiano, alla bancarotta  del faccendiere Michele Sindona, colluso con la mafia e la P2, Marcello dell’Utri e altri campioni della politica italiana, ma niente è venuto alla luce come verità sui mandanti , sugli esecutori e sulle finalità del gesto.

 

L’Italia campo di battaglia

Il 31 agosto 1980 venne ritrovato in una cabina telefonica di Bologna un documento con l’intestazione «Da Tuti a Mario Guido Naldi». Mario Tuti , neofascista, spediva dal carcere questa nota per il giornale Quex:

« L’Italia è per noi il campo di battaglia d’elezione per la lotta contro l’internazionale pluto-marxista […]. Per cercare di raggiungere questo obiettivo, è necessario disarticolare il Sistema. Le nostre azioni, quindi, dovranno prender di mira le strutture, i mezzi, gli uomini del regime, colpendo a tutti i livelli e non risparmiando alcun settore […]. Il terrorismo sia indiscriminato che contro obiettivi ben individuati, e il suo potenziale offensivo (è stato definito l’aereo di bombardamento del popolo!) può essere indicato per scatenare l’offensiva contro le forze del regime da parte dei gruppi militanti […]. Il cecchinaggio […], pur valido da un punto di vista tattico, non è di per sé sufficiente a mettere in crisi le istituzioni, e per questo dovrà essere affiancato, da un punto di vista strategico, a metodi di lotta di più ampia portata e di maggior coinvolgimento . »

 

In parole povere il terrorismo dei nostri giorni ha i suoi  precedenti  e i suoi precursori nel terrorismo neofascista italiano. Naturalmente non solo su quello. Quarant’anni senza verità sono troppi?  I morti di Portella della Ginestra aspettano da quel tragico primo maggio 1947, cioè da 73 anni. Aspettano tutte le vittime delle stragi, delle quali non sono mai stati trovati con certezza colpevoli e mandanti, in un torbido groviglio di verità negate e nascoste, che coinvolge uomini delle istituzioni, militari, magistrati, personaggi politici, ricchi imprenditori ed esecutori addestrati  a compiere le più terribili nefandezze. Nessuno creda che quel periodo, che Sergio Zavoli chiamò “la notte della repubblica”, sia finito.

Il quadro sulla strage è del pittore Gaetano Porcasi

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