La giornata delle foibe

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La orchestrata  celebrazione della giornata delle foibe, ostinatamente voluta dal centrodestra e condivisa in toto dalle altre forze politiche, appartiene al tentativo che, con l’avvento della Meloni, il neofascismo italiano si sta riproponendo di fare, ovvero creare una cultura di centrodestra in un paese in cui, a partire dal dopoguerra, ha dominato la cultura progressista e con idee di sinistra, ma solamente perchè la destra non aveva nulla da opporre e non aveva intellettuali che sapessero proporre qualcosa. Adesso la macchina si è messa in moto con l’occupazione della RAI, con il controllo più o meno larvato di altre televisioni private, con i gruppi di centrodestra che controllano tutti i post su Internet, pronti a scatenarsi con ingiurie e vergognose intromissioni nella vita privata, tipo la famigerata Bestia di Salvini, con i giornali cartastraccia, tipo Libero. il Giornale, la Verità, Il Tempo ecc., con il possesso delle più grandi case editrici (iniziato con Berlusconi, che però, pur di far soldi lasciava spazio a tutti), con il controllo persino su innocue manifestazioni musicali, come il Festival di Sanremo, che qualcuno di questi malati giornali ha definito “Festival dell’Unità”, non essendo riuscito a metterci sù le mani. Senza nulla voler togliere ai morti italiani, precipitati nelle foibe dal regime di Tito , che si presume definire comunista, non si può comunque scordare che la tragedia del popolo slavo ha origine ben più lontane, nel tentativo di snaturazione dell’etnia slava fatto dal Fascismo, che, per ammissione dello stesso Mussolini ha provocato un incredibile numero di morti, pari a, a suo dire, a 400 mila. Tutto questo a fronte  di un migliaio di persone, secondo Focus,  o di un numero tra 3.000 e 5.000, secondo gli storici Puppo e Spazzali o, secondo altre fonti, a 11.000, individuate   o stimate in Venezia Giulia, nel Quarnaro e nella Dalmazia e  nei campi di concentramento jugoslavi. Ma queste cose dovrebbe ricordarle anche la sinistra, che invece preferisce vergognarsi di quanto fatto in suo nome o di quanto attribuitogli,  e non denunciare le violenze degli italiani contro coloro che erano ritenuti razza inferiore da eliminare da un territorio rivendicato come proprio o presunto tale.

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