In edicola il nuovo numero de “I SICILIANI giovani” con un articolo di Salvo Vitale: Schegge d’informazione libera in Sicilia

 

 


I siciliani

 Schegge d’informazione libera in Sicilia

La “Radio dei poveri cristi”

Alle ore 19,30 del 27 marzo 1970, da Partinico, un grosso centro agricolo a 30 km da Palermo, nei locali del “Centro studi e iniziative”, partiva un segnale radiofonico sulla lunghezza d’onda dei 20,10 megacicli ad onde corte e sui 98,10 megahtz a modulazione di frequenza. Era un disperato S.O.S. proveniente dalle popolazioni di alcuni paesi della Sicilia Occidentale distrutti, due anni prima (15 gennaio1968), da un devastante terremoto, con 500 morti, per le quali non si era dato l’avvio ad alcun lavoro di ricostruzione.

Franco Alasia e Pino Lombardo, due collaboratori del Centro, si erano asserragliati in una stanza del Palazzo, con una trasmittente e con 50 litri di benzina, non tanto come si disse, minacciando di darsi fuoco in caso d’intervento delle forze dell’ordine, ma per azionare un generatore di corrente qualora fosse andata via o tolta la corrente elettrica. Il messaggio  era stato, accuratamente preparato e faceva appello all’art. 21 della Costituzione italiana: “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.  Erano stati avvisati, tramite lettera, le forze dell’ordine e le autorità civili cui era stata inviata copia della registrazione.  Fuori Danilo Dolci accendeva la radio facendo ascoltare quello che veniva trasmesso. La trasmissione  si protrasse per 27 ore, sino a quando un nutrito gruppo di poliziotti, carabinieri e pompieri non passò all’assalto, irrompendo con forza, sequestrando tutto il materiale e denunciando i responsabili per violazione della legge sulle comunicazioni, che, in quel periodo, consentiva solo alla RAI l’utilizzo dell’etere. All’uscita si raccolse un folto numero di persone, pronte a impedire che i due redattori e Danilo potessero essere arrestati e portati via.  La popolarità di Danilo  e l’intervento, a sostegno, di una serie di personaggi internazionali, impedirono che il fatto avesse conseguenze e strascichi giudiziari.

 

La nascita delle radio libere

Fu quella la prima esperienza di radio libera in Italia.  Nel ’70 Danilo progettava addirittura, “per evitare al massimo inciampi, di trasmettere su acque extra-territoriali su un’imbarcazione di bandiera non italiana”. Se Vasco Rossi ha rivendicato la sua “prima” radio libera, nata a Zocca nel 1972,  in una intervista (“Il Venerdi” di Repubblica del 12-1-2007 pag. 38)  il regista Roberto Faenza ha attribuito a sè il merito  di avere rotto il monopolio statale, con “Radio Bologna per l’accesso al pubblico”, lanciando il  primo segnale nell’etere il 23 novembre 1974. Sequestro delle attrezzature, così come a  Radio Milano International alcuni mesi dopo, il 10 marzo 1975, sino alla sentenza del pretore di Milano, Cassala, che definì legittima “l’attività di trasmissioni radiofoniche fino a quando non si determinano interferenze che possano nuocere o disturbare le emittenti di stato”: sentenza ratificata il 28.8.1976 dalla Corte Costituzionale, che segnò la fine del monopolio RAI. La totale “deregulation” consentiva, tra il ‘75 e il ‘77  una grande fioritura di emittenti private, in gran parte commerciali, in piccola parte legate al circuito delle “radio libere”, con forti caratterizzazioni politiche.

Dietro la liberalizzazione c’era il forte bisogno  di non essere più soltanto soggetti passivi della comunicazione, ma di impadronirsene per far ascoltare la propria voce, il localismo come valore autonomo contro l‟egemonia nazionale”.

A Partinico l’attività di Radio Onda Libera continuò,  dal ‘76 , con collaboratori legati in parte alle attività promosse da Danilo Dolci. A Palermo nacquero due radio “democratiche”, “Radio Sud” e “Radio Apache”. Quest’ultima emittente trasmetteva con un obsoleto apparecchio a valvole,  ed era la voce del movimento del ’77, dei vari indiani metropolitani e cultori del “personale è politico”. Molto presto l’esperienza si chiuse per mancanza di organizzazione e per esiguità di mezzi finanziari, alcuni si indirizzarono a Radio Sud e il trasmettitore fu messo in vendita. Quando Peppino lo seppe ci disse: “Lo voglio”.

 

Da Danilo a Peppino: Radio Aut

E così si diede l’avvio a Radio Aut, giornale di controinformazione  autofinanziato, senza pubblicità, con musica indirizzata a un pubblico giovanile e con un notiziario inframmezzato a spazi musicali; all’informazione antimafia, era riservata “Onda Pazza”, trasmissione “satiro-politico-schizofrenica”. Aut, abbreviazione di Autonomia Operaia, un gruppo exstraparlamentare verso cui Peppino e il suo gruppo mostravano molto interesse. La radio venne ubicata a Terrasini e con pochi mezzi, un giradischi, un mixer, un mangianastri, un microfono, un’antenna a cambiali, molti dischi e molto entusiasmo il 25 aprile 1976 iniziarono le prime prove di trasmissione sulla lunghezza d’onda dei 98,800 mhz. L’esperienza si chiuse un anno e mezzo dopo la morte di Peppino, nell’estate del 1979, sia per difficoltà economiche, sia per l’assottigliamento progressivo dei collaboratori. Era infatti scattata una mostruosa “macchina del fango”, tipica degli ambienti mafiosi,  nei confronti di chi frequentava la radio, dove si diceva ci fossero drogati, terroristi, pervertiti, comunisti, sfaticati, bestemmiatori e quant’altro, con il divieto ai ragazzi, di avvicinarsi per trasmettere o solo per conoscere.

Dall’esperienza della “Radio dei poveri cristi” (1970) a quella di “Radio Aut” ( 1977)  nello spazio di  appena sette anni, il panorama cambia completamente con  una trasformazione radicale nel campo delle radiocomunicazioni, ma esistono impressionanti analogie tra le due esperienze, quella diDanilo e quella di Peppino,  e sul modo di concepire la comunicazione come momento politico d’intervento. La struttura radiofonica è intesa come “espressione del malcontento sociale, come strumento di conoscenza per determinare direzioni alternative di sviluppo e come strumento di coagulo”, considerate le carenze di vita associativa che caratterizzano la zona. La radio è lo strumento per realizzare il diritto-dovere all’informazione e alla libertà d’espressione ed è anche espressione diretta della cultura popolare,  “comunicazione dal basso” che faccia  sentire “le voci dei lavoratori, di chi più soffre ed è in pericolo”. Alla base del progetto  una semplice premessa  : “Il mondo non può svilupparsi in vera pace finchè una parte degli uomini è costretta alla disperazione”.

Peppino Murales MilenaNelle sue “Proposte d’intervento radiofonico” Peppino Impastato manifesta una uguale  concezione della radio come momento di formazione e di aggregazione di un gruppo di lavoro, come strumento d’informazione alternativa rispetto all’informazione di regime e come espressione dei drammi e dei problemi esistenziali delle classi sociali subalterne. Uguale la concezione dell’intervento radiofonico come strumento pedagogico per la formazione di coscienze politiche e come strumento di lotta,  uguale l’indicazione della radio come strumento di comunicazione diretta dei bisogni e della cultura della gente, uguale la volontà di favorire, per dirla con Danilo, “ la produzione di nuove strutture democratiche  attraverso la denuncia e il superamento di quelle clientelari-mafiose attraverso una presenza costante penetrante”.

I gruppi di “organizzazione autonoma del sociale”, indicati da Peppino come destinatari dell’informazione, per Danilo sono “persone, tavole rotonde, gruppi come consorzi, cooperative, sindacati e così via”: termini diversi per indicare gli stessi soggetti.  Se Danilo suggerisce di  “Premere non-violentemente, scioperando attivamente e passivamente, non collaborando a quanto si stima dannoso, protestando e operando pubblicamente in forme diverse che possono venir suggerite dalle circostanze, dalla propria coscienza e dalla necessità: valendosi delle leggi buone quando esistono e contribuendo a realizzarne di nuove quando sono insufficienti, ma premere con forza serena finchè non vincono il buon senso e il senso di responsabilità” (“Esperienze e riflessioni”  Laterza 1974 pag. 204) ,  Peppino va oltre : “Per quel che riguarda la selezione della notizia, il criterio di priorità viene indicato dalla collocazione che una radio si è data all’interno della dinamica dello scontro politico e di classe e delle esigenze del sociale ad emergere autonomamente. Centrale è la creazione di un forte movimento di opinione non scissa dalla crescita di ogni movimento di contropotere”.

Evidente la differenza tra le due diverse formazioni politiche e culturali di Danilo e Peppino e il rapporto con lo strumento della comunicazione sviluppatosi nei sei anni di distanza: quella che per  Danilo è una costante ricerca di strumenti di formazione popolare per la costruzione progressiva di un mondo fondato sui principi della non violenza e della conquista lineare della democrazia, in Peppino diventa urgenza di costruire questo mondo nuovo attraverso la frattura traumatica dello lotta  di classe e della rivoluzione come momento catartico di eliminazione delle ingiustizie. Comune invece l’esigenza di lottare per la libertà d’informazione come strumento per la conquista della democrazia.

 

Mauro Rostagno

Passano dieci anni dalla morte di Peppino a quella di Mauro Rostagno, assassinato il 26.9.1988. Passeranno 26 anni per Mauro e 24 per Peppino per arrivare a una sentenza di omicidio in primo grado. In mezzo ci sono depistaggi delle indagini attraverso tortuosi sentieri e fervide immaginazioni, per Peppino le assurde piste dell’attentato terroristico, magari con l’aiuto dei suoi compagni, oppure un suicidio eclatante, per Mauro “l’omicidio in famiglia”, maturato all’interno della comunità Saman, l’immaginata tresca tra Chicca Roveri e Francesco Cardella, che avrebbero deciso l’eliminazione di Mauro, qualche tossico scoperto, che si sarebbe vendicato, oppure l’accusa ai suoi compagni di Lotta Continua, che l’avrebbero eliminato perché era al corrente di chissà quali notizie sul caso dell’omicidio del commissario Calabresi.

Peppino e Mauro sono due tipiche espressioni del ’68 italiano: da una parte le lotte studentesche all’Università di Trento, quelle degli operai della Fiat, dall’altra le lotte dei contadini di Punta Raisi contro il progetto di costruzione della terza pista, e quelle degli edili. Li unisce il rifiuto dei partiti politici la scelta extraparlamentare a sinistra del PCI, il sogno del comunismo come momento finale della liberazione e della realizzazione dell’uomo, la radicalità delle lotte, la denuncia delle cricche di potere allora dominanti, l’organizzazione delle masse, la scelta non violenta contro le prevaricazioni del potere.

Nel suo breve memoriale Peppino scrive: “Conosco Mauro Rostagno: è un episodio centrale nella mia vita degli ultimi anni. Aderisco a Lotta Continua nell’estate del ’73, partecipo a quasi tutte le riunioni di ‘scuola-quadri’ dell’organizzazione, stringo sempre più i rapporti con Rostagno: rappresenta per me un compagno che mi dà garanzia e sicurezza: comincio ad aprirmi alle sue posizioni libertarie, mi avvicino alla problematica renudista.”

Il contatto dura sino al 1976, anno in cui Mauro è candidato alle elezioni politiche nella lista di Democrazia Proletaria, anche nei collegi siciliani con lo slogan “il godere deve essere operaio”: non è eletto per pochi voti. Dopo il  congresso di Rimini, nel novembre del ’76, il gruppo si scioglie,  scompaiono le ideologie e dilaga la tendenza a rinchiudersi nel personale, a vivere i propri spazi di vita lontani da momenti di aggregazione rivoluzionaria ma, si dice, ad organizzare la rivoluzione dentro se stessi. Rostagno, nel 29 ottobre del ’77, apre il “Macondo”, un locale alternativo che viene chiuso quattro mesi dopo  con l’infondata accusa di spaccio di droghe pesanti. Il Macondo era stato, per Rostagno,  il tentativo di “fare muro e argine contro lo sviluppo dell’eroina, che era bestiale”, ma anche “un’alternativa alla scelta della P38, cioè della lotta armata”.  Per contro Peppino prende le distanze rispetto alle dilaganti tematiche “creative” non riesce a condividere l’iniziativa del Macondo, si sente sempre più lontano da chi ha abbandonato il movente fondamentale della lotta di classe, per scegliere la deriva personalistica. Vive interiormente il contrasto tra il militante comunista e il giovane del suo tempo che avverte bisogni legati non solo alla politica, ma alla propria sessualità o al bisogno di divertirsi.

Nel gennaio del ’78 Rostagno fa un breve viaggio di una ventina di giorni in Sicilia, ma non abbiamo notizie di eventuali contatti con Peppino. Non si hanno nemmeno notizie di commenti o di prese di posizioni di Rostagno riguardo all’omicidio di Peppino. Mauro è assorto dalle sue scelte “arancione”, conosce Francesco Cardella, si traferisce in India, diventa Sanatano, torna in Sicilia, nell’82, per dare vita, assieme a Cardella alla comunità Saman, a Lenzi, vicino Valderice che, dopo la scomunica del leader arancione Bhagwan diventa, nell’84, un centro di recupero per tossicodipendenti e alcolisti, con abiti non più arancione ma bianchi, e con terapie “psicosomatiche” e tecniche legate alle esperienze orientali. La comunità riesce a raccogliere trentaquattro persone, ma il giro degli ospiti è di settecentonove, in un territorio in cui la mafia ha diffuso l’eroina a tappeto ed ha ucciso il giudice Ciaccio Montalto, oltre che realizzato il fallito attentato al giudice Carlo Palermo, con la morte di due bambini e della loro madre.

 

RadioTele Cine

Mauro, con un percorso che ricorda quello di Peppino Impastato, rispolvera il suo vecchio mestiere di giornalista, e si mette a lavorare presso una televisione di Trapani, RTC: diventa capo redattore, inizia una serie di trasmissioni denunciando il boss di Mazara del Vallo, Mariano Agate, come principale responsabile di traffici di droga e di armi nella zona, si occupa di delitti eccellenti, come quello del sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari, di massoneria, che a Trapani è ben radicata, con la loggia Scontrino, con la loggia Iside Due ed altre logge collegate, di legami tra mafia e politica, in altri termini entra dentro lo stesso perverso circuito di cui si era occupato Peppino.  Nessuna emittente televisiva aveva mai realizzato trasmissioni e notiziari di questo tipo, vuoi per paura, vuoi perché le notizie interne alla sfera e all’organizzazione mafiosa difficilmente riescono a superare la soglia dell’omertà.

I boss che vedono in pericolo i propri interessi o la loro signoria territoriale cominciano ad allertarsi, a preoccuparsi, primo fra tutti Messina Denaro padre di Matteo, Vincenzo Virga e il killer Vito Mazzara, sino al momento in cui ne decidono l’eliminazione .

 

Peppino, Mauro, Danilo

C’è qualcosa che lega Peppino, siciliano purosangue, a Mauro, ma anche a Danilo Dolci. Peppino intuì da Danilo che l’interscambio di idee alternative ha il suo strumento fondamentale nella comunicazione. Un progetto politico si costruisce se “va in circolo”, se diventa conoscenza comune e, soprattutto, se tutti quelli cui è destinato riescono a diventare protagonisti per realizzarlo senza  aspettare qualcuno che tracci il solco, che cali la sua verità dall’alto, che “trasmetta”. Che sia leader e pastore, rispetto a una moltitudine di pecore. Vuol dire comunicare insieme, costruire in gruppo, crescere reciprocamente, in-tenzionarsi.

Certamente Mauro avrà conosciuto le opere e il lavoro di Danilo scegliendo, come lui, di dedicare, di dare se stesso, la sua vita, le sue idee alla Sicilia, dove contava anche “di viverci per giocare con i suoi nipotini”. Entrambi sociologi, non hanno resistito al fascino dell’Oriente, Danilo a quello della non violenza gandhiana, Mauro a quello della serenità interiore attraverso lo scambio e la conquista collettiva della conoscenza, ma non hanno resistito neanche al fascino della Sicilia, all’approdo di Ulisse verso l’imprendibile bellezza, con tutti i suoi mille volti enigmatici, le insidie, le radici della storia, la luce, le ombre, il senso di compiutezza che arriva alla fine, quando si giunge alla conclusione che ciò che è stato così doveva essere, ma doveva essere così perché c’eri anche tu a farlo essere così. Peppino sta in mezzo a loro due. Raggi di luce che attraversano questa terra per diradare la notte dell’ignoranza, della povertà, dell’abbandono, della complicità, della violenza. Dolci, che sceglie di vivere in Sicilia sembra ripetere lo stesso messaggio di Mauro : “Siciliani si nasce: io ho scelto di esserlo”.

 

Telejato

Sino al 4 maggio 2016 nessuno avrebbe avuto nulla da eccepire se tra le esperienze di informazione televisiva antimafia fosse stata inserita Telejato, una piccola emittente che trasmette da Partinico sul canale 273 del digitale terrestre, ma dispone anche del canale 275, Telejunior, una sorta di palestra per apprendisti giornalisti, ai quali viene data la possibilità di realizzare autonomamente  e trasmettere filmati, interviste, avvenimenti.

Si tratta di una televisione “comunitaria”, nata negli anni ’90, tra le pieghe della legge Craxi sulle emittenze private che prevedeva la possibilità di  gestire l’attività informativa sul territorio al servizio di un’Associazione Culturale, con il limite di tre minuti di pubblicità ad ogni ora di trasmissione e con l’obbligo di trasmettere esclusivamente produzione propria. A suo tempo un gruppo di militanti legati al PCI pagò la concessione della lunghezza d’onda, trasmettendo occasionalmente, fino a quando, nel 1998 non ne venne assunta la gestione da Pino Maniaci, un originale personaggio con alle spalle un tormentato passato di imprenditore, appaltante, aspirante medico e protagonista di tutta una serie di attività che lo avevano  anche portato in prigione per alcuni mesi. L’iniziale  fascia d’ascolto arrivava da Corleone a Cinisi, a S.Giuseppe Jato, a Montelepre, a Castellammare, ovvero su territori ad alta densità mafiosa, con un’utenza potenziale di circa 200.000 ascoltatori. Oggi copre le tre province di Palermo, Trapani e Agrigento. Maniaci ha ripianato i debiti del mancato pagamento della concessione e, con Telejato  ha trovato  finalmente il suo lavoro congeniale riuscendo, negli anni a costruire un’emittente che ha conquistato una buona fascia d’ascolto.

L’emittente trasmette da Partinico, una cittadina in cui visse Danilo Dolci, a pochi chilometri da Terrasini, sede di Radio Aut, e non molto lontano da Trapani, sede di RTC.

Mafia, Politica, lotte ambientali sono i temi su cui si è mossa, negli ultimi anni, l’attività informativa e di denuncia di Telejato. Nel tempo l’emittente si è trasformata in un avamposto dell’informazione cui fanno riferimento i cronisti di altri giornali e della Rai, per avere informazioni preziose. Molte televisioni europee sono state attratte da questa esperienza e hanno realizzato servizi su quello che è ritenuto un esempio unico d’informazione in terra di mafia. Questa informazione spesso aggressiva, ha provocato inimicizie e prese di posizione, al punto che  il numero di denunce per diffamazione ha superato le 200, con l’obiettivo, già espresso da più parti, di sostituire la pistola con la denuncia  per  bloccare, attraverso l’attività giudiziaria e attraverso qualche cospicua condanna di risarcimento, l’attività d’informazione. Il numero delle denunce è servito ad allontanare i direttori responsabili del telegiornale, al punto che la direzione è stata assunta da Francesco Forgione, prima che diventasse Presidente della Commissione Antimafia, e successivamente da Riccardo Orioles.

Dopo un processo per “esercizio abusivo della professione” a Pino Maniaci è stato consegnato, ad honorem, da parte dell’ordine Nazionale dei Giornalisti,  l’attestato di cronista. Nell’emittente ha lavorato e lavora saltuariamente anche lo scrivente, che ha cercato di portar dentro di essa l’esperienza maturata a Radio Aut , riadeguandola allo strumento televisivo e alle mutate condizioni. E. stato fatto un accostamento improprio tra Telejato e Radio Aut: la radio di Peppino era politicizzata, aveva un’ impostazione ideologica netta, mentre Telejato adotta una linea d’apertura che dà spazio a tutti i personaggi e a tutti i partiti politici. Particolarmente severo il giudizio nei confronti del PD e della sinistra. Molto diverso anche il livello culturale tra Dolci, Impastato, Rostagno e Maniaci.

 

La TV antimafia

In questo contesto ci sono stati, una serie di avvertimenti, lettere minatorie, piccoli attentati alle macchine o al trasmettitore, boicottaggi, lettere anonime con allegata la fedina penale di Pino Maniaci, insulti e piccole attività terroristiche, l’aggressione a Maniaci, da parte di due giovinastri. Maniaci, che da tempo aveva rifiutato di muoversi sotto scorta, ha continuato, con l’ematoma, sotto gli occhi , a leggere il suo telegiornale. Alcuni mesi dopo, alla vecchia macchina di Telejato, parcheggiata sotto la sede della redazione, è stato appiccato il fuoco. Pochi danni, molta paura, tanta solidarietà.  E infine l’uccisione dei due cani, la cui matrice mafiosa è stata messa in discussione dalla procura di Palermo. È l’ennesimo episodio intimidatorio che dimostra quanto sia difficile oggi fare informazione libera in un territorio in cui,  cultura mafiosa e interessi della mafia, sono ancora dilaganti.  L’informazione antimafia è la vera identità dell’emittente: la cattura di latitanti o di delinquenti,  le sentenze dei tribunali, gli specifici casi giudiziari, le libertà provvisorie, il rilascio di boss che, dopo la galera tornano a controllare la zona, le collusioni tra mafiosi e politici, il voto di scambio, il pizzo, la gestione mafiosa del mondo del lavoro, il lavoro nero,  i traffici di droga, tutto diventa notizia, oggetto di riflessione con la quotidiana esortazione ai mafiosi a cambiare vita,  “perché  hanno tutti un destino segnato: o morire in galera o morire ammazzati”.

 

A partire dal 2013 l’emittente ha aperto un fronte di lotta e d’informazione sui beni sequestrati ai mafiosi o presunti tali e sull’operato dell’ufficio misure di prevenzione della Procura di Palermo, diretto da Silvana Saguto con una spregiudicata gestione portata avanti attraverso un “cerchio magico” composto da professionisti, magistrati, docenti universitari, commercialisti, cancellieri, avvocati, amministratori giudiziari, coadiutori, consulenti, giornalisti, prefetti, esponenti della DIA e delle forze dell’ordine in generale, che ruotavano attorno all’”affaire” dei sequestri realizzando spropositati guadagni, sino a procurare il fallimento delle aziende affidate. Ne è emersa la nuova “classe padrona” di Palermo, che, in nome dello stato ha in molti casi sostituito la mafia nella gestione parassitaria delle risorse  della già magra economia siciliana. Le denunce facevano scoppiare lo scandalo che, nel settembre 2015 travolgeva l’intero ufficio, costretto a dimettersi o esonerato dagli incarichi. I provvedimenti per “fermare” Maniaci” venivano “congelati” per essere ripresi nel maggio 2016, con l’“Operazione Kelevra”. Maniaci veniva associato assieme a nove mafiosi di Borgetto e accusato di estorsione nei confronti dei sindaci di Partinico e di Borgetto per somme irrisorie, con la diffusione di un video, confezionato a bella posta e intercalato con altri frammenti d’intercettazione parte di un intero file di un migliaio di pagine. Ne veniva fuori  l’immagine di un millantatore, di un immorale che aveva un’amante, per mantenere la quale, e in particolare la figlia disabile,  si piegava  a chiedere piccole somme, e infine uno che aveva spacciato per attentato mafioso l’uccisione dei suoi cani, presumibilmente consumata da un marito geloso. L’immagine di Maniaci ne usciva distrutta e la sua televisione  riceveva un serio colpo dal quale non si è ancora ripresa.

 

Vent’anni di lavoro

La redazione ha resistito. A quasi un anno di distanza, tra divieto di dimora, suo annullamento, suo ripristino, ulteriore suo annullamento,  Maniaci ha ottenuto, come chiedeva, di essere rinviato a giudizio, non solo per dimostrare la sua innocenza, ma per portare alla luce e individuare le responsabilità di chi ha condotto tutta l’operazione indirizzata a distruggere la sua immagine e tutto quanto portato avanti dalla sua televisione: secca la sentenza del  giudice Vittorio Teresi: “Non abbiamo bisogno dell’antimafia di Pino Maniaci”.

Nella moda dilagante di scagliarsi contro l’antimafia, di fare le più azzardate associazioni, di mettere assieme tasselli per dimostrare che l’antimafia è un affare o una professione sciasciana, il caso di Maniaci è stato strombazzato ovunque e nei suoi confronti è stata decretata la condanna ancor prima del processo. Dopo quasi venti anni di duro lavoro senza alcuna ricompensa, senza interessi o obiettivi personali, senza sconti per nessuno, con il contributo di persone oneste e corrette, che dentro questa esperienza hanno messo la faccia, hanno corso rischi e ci hanno buttato sangue, è il caso di chiedersi: di quale antimafia abbiamo bisogno?