Il compagno don Gallo

Don Gallo col pugno_n

 

Quel sorriso compiuto, la sua quasi maniaca attenzione al mondo dei poveri, degli umili, dei diseredati, delle prostitute, dei ribelli, dei diversi. Quelli di cui cantava Fabrizio de Andrè, genovese anche lui e anche lui anarchico.  La sua Chiesa era quella lontana dalle pompe magne, dai crocifissi d’oro, dai paramenti luccicanti.  Amava definirsi compagno, comunista, partigiano. In una mano la bandiera della pace, nell’altra la bandiera rossa, in una la Costituzione e nell’altra il Vangelo. In bocca l’immancabile sigaro spento. Su di lui  è stato detto solo una parte di quello che era: con voce imbarazzata, i vari commentatori hanno cercato di nasconderne la persona e il pensiero per proporre un’immagine edulcorata, una sorta di santino pieno di luoghi comuni e di velate ammissioni, subito riavvolte nella retorica tipica del giornalismo italiano. Quella retorica e quello sfarzo delle grandi occasioni, che sono state riservate, in questi giorni,  a un altro umile, don Pino Puglisi, che ora è diventato “beato”. Forse che prima non lo era?.

Vogliamo ricordarlo con una sua frase:

“Chiamare qualcuno compagno significa attribuirgli non solo una convinzione politica ma riconoscergli un valore di umanità, onestà, generosità, attendibilità, che nessun altra parola può esprimere con uguale compiutezza.” (Don Andrea Gallo)

E con un’altra frase che lo rende vicino a un altro grande uomo del nostro tempo

Se sei capace di tremare d’indignazione ogni qualvolta si commette un’ingiustizia nel mondo, allora siamo compagni. (E. Che Guevara)

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