I VALORI DELLA NONNA E LA MAFIA DI UNA VOLTA (Alessio Pracanica)

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Non so se avete presente.

Quei tempi in cui si mangiava carne con la porta aperta e si dormiva una volta alla settimana. O qualcosa del genere. Però i treni arrivavano in orario.

Magari vi diranno che c’era la fame. Che i tassi di analfabetismo e mortalità infantile erano da paese del Terzo Mondo. Addirittura che non c’era libertà. Le solite mene degli intellettualoidi.

Mia nonna ha sempre detto che si stava bene. Una pacchia. E se lo diceva mia nonna, dall’alto della sua terza elementare, ci potete calare la pasta.

Dopo l’università della strada, l’università della nonna. Inesauribile fonte di conoscenze degli uomini d’ordine.

C’erano le sanzioni, certo, e mancava pure la carbonella per il braciere, ma chissà le pene d’inferno che dovevano passare gli inglesi, senza i nostri limoni.

Questa vasta e razionale aneddotica è spesso impreziosita da un’ulteriore, fantastica aggiunta: i valori della mafia.

Eh sì! Perché pare che la mafia di una volta fosse buona, giusta e compassionevole. Con dei valori. Un’allegra brigata di Robin Hood che rubava ai poveri per donare ai ricchi. O giù di lì. Mia nonna c’ha un’età e non si ricorda tanto bene.

Quanto fosse buona e giusta lo possiamo desumere da una serie di episodi, raccontati nelle cronache e assenti, invece, nelle nonnesche memorie, come nelle conoscenze degli uomini d’ordine.

Emanuela Sansone era una ragazzina di 17 anni, figlia di Salvatore e Giuseppina Di Sano, titolari a Palermo di una botteguccia dalle parti del Giardino Inglese. Esercizio abbastanza mal visto, nel quartiere, perché annoverava tra i clienti il locale comandante dei carabinieri.

Un bel giorno, dei loschi figuri si presentano in bottega, pretendendo di pagare con moneta falsa. Giuseppina Di Sano reagisce a quell’assurda imposizione cacciandoli via in malo modo.

Da quel momento, il negozio perde gran parte della clientela. Non contenti, qualche sera dopo i mafiosi uccidono la giovane Emanuela.

Nel successivo maxiprocesso contro 51 noti esponenti della mafia palermitana, Giuseppina Di Sano, che doveva essere donna di indomito coraggio, si presenterà come testimone dell’accusa. Ottenendo scarsa giustizia.

Il tribunale erogherà pene molto leggere e addirittura quasi metà degli imputati verrà assolta, grazie alle testimonianze a discarico di parlamentari e notabili palermitani.

Sembra ieri, ma siamo nel 1896. I bei tempi andati.

Luciano Nicoletti, umile contadino corleonese, fu uno dei grandi protagonisti delle lotte “sindacali” tra braccianti e proprietari terrieri, nel periodo a cavallo tra ‘800 e ‘900. Proteste talmente dure, che le famiglie di molti scioperanti si ridussero a mangiare, per settimane, solo fichi d’India selvatici. Alla fine l’ebbero vinta, ma la mafia non perdonò mai a Nicoletti il suo ruolo di capopopolo nelle agitazioni. La sera del 14 ottobre 1905, mentre rincasava a piedi, dopo l’ennesima giornata di spossante lavoro, lo uccisero con due colpi di lupara.

Andrea Orlando, medico e consigliere comunale socialista di Corleone. Ucciso dalla mafia il 13 gennaio 1906. La sua colpa era aver aiutato i contadini nell’organizzazione dell’Unione Agricola, una delle prime cooperative siciliane.

Lorenzo Panepinto, Mariano Barbato, Giorgio Pecoraro, Giovanni Zangara, Bernardino Verro, Giuseppe Rumore, Giuseppe Monticciolo, Alfonso Canzio, Nicolò Alongi. Attivisti e dirigenti del partito socialista. Tutti uccisi dalla mafia nel decennio 1910-20, per aver coordinato le proteste dei braccianti.

Giorgio Gennaro, Costantino Stella e Stefano Caronia, sacerdoti. Uccisi dalla mafia, rispettivamente nel 1916, nel 1919 e nel 1920, per essersi impegnati nel migliorare le condizioni di vita dei contadini nelle campagne di Ciaculli e Resuttano.

E tanti altri ancora. Potremmo continuare per settimane, per mesi. Una lista infinita che riempie decine di pagine con nomi ormai dimenticati. Tutti i ricchi e potenti, come si è visto, che la mafia ha ucciso per difendere i poveri e gli antichi valori.

Non c’è un solo libro di storia che racconti questi supposti valori della mafia antica. Ne parlano solo gli uomini d’ordine, al bar, freschi di laurea all’Università della Nonna.

L’onestà intellettuale impone quindi di riconoscere loro l’indubbio merito di aver perpetuato nel tempo questo splendido Mito, ovviamente, insieme alla mafia stessa.

Che, sentitamente, ringrazia.

Nella foto: “Claudio Domino”, ucciso a 11 anni dalla mafia, in un quadro di Gaetano Porcasi.

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