GIUSEPPE LONGO , un grande poeta partinicese dimenticato

Longo.
Longo.

 

Nato a Partinico il 4.11.1881 e deceduto nel 1942. Poche persone, a Partinico, hanno sentito parlare di Giuseppe Longo, pochissime hanno letto qualcuno dei suoi versi. Eppure si tratta di un poeta apprezzato dai critici letterari suoi contemporanei e stimato al punto che il suo ritratto sta nella Galleria degli Uomini Illustri Siciliani. Difficile dare una spiegazione di tanto oblio: è probabile che, nei suoi confronti, sia stata operata una rimozione dovuta al fatto che si trattava di un “parrinu spugghiatu”, ovvero di sacerdote che aveva lasciato l’abito talare nel pieno della bufera del modernismo, verso il quale Longo aveva mostrato adesione e vicinanza di idee. Con la superficialità che caratterizza l’atteggiamento di molte persone, una volta data l’etichetta e l’omologazione è scattata la rimozione: eppure ben pochi poeti dimostrano l’intensità religiosa di Longo , non sempre in linea, ma non in antitesi con il suo grande bisogno di fede. E’ il momento di ricordare questo poeta e rendergli un legittimo tributo, in attesa che anche gli esponenti della cultura e della politica paesana, se non regionale, ne ri-scoprano l’esistenza.

L’attività poetica e letteraria di Longo si estende a quasi tutta la prima metà del Novecento: in rapporto a questo secolo e alle correnti poetiche che lo caratterizzano, Longo non è un crepuscolare, né un ermetico né un decadente o un neorealista. La classicità è il suo naturale modo di esprimersi, i suoi strumenti stilistici  si caratterizzano per l’uso del distico, dell’epigramma, dell’elegia;  i suoi temi variano dall’introspezione e dalle lucide istantanee sul suo dramma personale, alla descrizione di un momento della natura, un fiore, un uccello, una stagione, un ansito marino, una divinità greca, un dolore, una gioia, un ricordo, una preghiera, un volto, una transizione del tempo. Non si trovano tracce di motivi civili, di temi d’impegno politico. Neanche la sessualità trova un qualche minimo spazio.  Il “libro del Vangelio” che egli afferma di avere chiuso per sempre, rimane invece sempre aperto nella sua struggente lontananza che spesso sa di preclusione, altre volte di nostalgia, di irraggiungibilità, di mancanza di un centro di gravità.

 

La vita

Finite le elementari i genitori gli fecero continuare gli studi presso il Seminario Arcivescovile di Monreale, dove allora c’era una fiorente scuola di cultori degli studi classici e dove cominciò a coltivare la scelta di farsi sacerdote. Conseguì la licenza liceale presso  il regio liceo-ginnasio Umberto di Palermo nell’anno 1900-1901 e si iscrisse alla facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Roma, come vincitore del premio Patrimonio Praenestino. Lì sostenne solo due esami e il 31.01.1903 si trasferì all’Università di Palermo, dove conseguì la laurea il 20.04.1909, con una tesi su “La formazione della coscienza religiosa di Eschilo nel Prometeo”. Appartiene a questo periodo l’approfondimento dei suoi studi classici, il percorso che lo portò all’ordinazione sacerdotale e, dopo qualche anno, alla rinunzia e alla scelta della vita laica. Sicuramente, alla base di questa decisione ci fu la sua entusiastica adesione alle idee del “modernismo” e la successiva delusione a causa della condanna che Pio X fece di questa corrente artistica e religiosa. Collaborò ad alcune riviste, come “L’Eroica”, “Il Pensiero”, “Realizzazioni” e fece parte del gruppo palermitano “Nuovo Romanticismo” fondato dal poeta Ettore Arculeo, al quale aderirono Ernesto Capasso, Giacomo Marcianò e Pietro Mignosi , il poeta che recitò l’orazione funebre di Arculeo. Moltissime le sue pubblicazioni, le traduzioni dal greco e dal latino e i manuali scolastici. Sposato con una sua compaesana, Vincenzina Pellitteri, detta Zina, ebbe quattro figli, di cui una, Costanza, morta dopo appena un anno.

Nel biennio 1910-1912  insegnò al Regio Ginnasio di Partinico come supplente annuale e, dopo aver vinto il concorso a cattedra, a Cefalù, poi per diversi anni ad Agrigento e, dal 1921 al 1938, a Palermo: in quest’anno venne colpito da un ictus cerebrale che lo portò alla morte il 28 dicembre 1942.

 

La critica

Si sono occupati delle sue opere i più illustri critici letterari italiani del suo tempo, come Eugenio Donadoni, G.A Cesareo, E.Bignone, Emma Alaimo, Francesco Savio.

Il grande poeta agrigentino Gerlando Lentini definisce la poesia di Longo “vino nuovo in un’anfora bella e antica”. (1)

Giuseppe Lipparini scrive: “Ai classici si volse sempre con predilezione e fedeltà grande il siciliano Giuseppe Longo, trattando con particolare amore l’elegia e l’epigramma e giungendo a una sobrietà di gusto veramente antico” (2).

Anche il poeta e letterato d’origine calabrese Vincenzo Gerace scrive di lui: “Dell’antica tradizione assertore e continuatore con altri pochi, nobilissimo…..io lessi tutte quelle pagine con stupefatta e commossa delizia dell’animo e dell’intelletto”. (3).

Replicando a un lusinghiero giudizio di Vincenzo Biondolillo, studioso di Foscolo e di Pascoli, così scrive Longo:  “O Biondolillo, il tuo commento ai Sepolcri è pur grande – come facesti mai, piccolo Biondolillo”?

Riferendosi a “Gli oleandri di Mondello” Gandolfo Iraggi scrive: “Versi che, dal punto di vista dell’arte, non hanno nulla da invidiare alla migliore lirica italiana moderna”(4).

Mentre a Partinico fu ignorato, ad Agrigento, nel 1950  lo commemorarono, considerandolo un poeta agrigentino e incaricando il pittore Eustachio Catalano di dipingere un ritratto che nel 1953 venne consegnato alla Biblioteca Comunale di Palermo e inserito nel Famedio dei siciliani illustri al n. 228.

 

Bibliografia (5)

Tutto quello che Longo ha pubblicato è stato a suo tempo pazientemente raccolto e recuperato da Nunzio Cipolla, che lo aveva messo insieme in quattro volumi, pronti per la pubblicazione. Nel corso di un convegno su G .Longo, organizzato da me e da Nunzio Cipolla al Liceo Classico di Partinico, intorno al 2001,  il sindaco Giordano promise il patrocinio del Comune di Partinico e il finanziamento per l’opera, ma poi non se ne fece più niente. Ecco un elenco delle pubblicazioni raccolte da Cipolla e da me completate con le indicazioni della bibliografia della Biblioteca Regionale Siciliana, pubblicata sul sito di Casa Professa.

 

“La ghirlanda di cipresso” : versi  –   1912 – Palermo  S. Pirrone

“Le rose morte” : versi  – 1912 – Palermo – S. Pirrone

“Olivi di Cefalu” : versi  – Palermo  Trimarchi, 1913

“Frammenti “ – Cefalu : Tip. S. Gussio, 1913

“Elegie de l’alba” : versi  –  1914  -Palermo – S. Pirrone tipografo

“Il canto della speranza eroica “ – Girgenti : Stab. tip. Montes, 1914

“Giovani esploratori d’Italia” : conferenza detta al Circolo Empedocleo 30.5.1915  – Girgenti  Montes

“Elegie agrigentine” –  Girgenti : Stamp. C. Formica, 1916

“Nuove elegie agrigentine”,  prefazione di Eugenio Donadoni – Girgenti : Stamp. C. Formica, 1917

“Versioni metriche dal greco e dal latino” –  Girgenti-  Formica 1917

“Volontari studenti agrigentini” : conferenza per il solenne comizio del 17 gennaio 1918 detta dal professore Giuseppe Longo nel salone della R. Scuola normale di Girgenti – Tip. C. Formica, 1918

“Novissime elegie”,  prefazione di G. A. Cesareo – Girgenti : Tip. C. Formica, 1919

“Codduvirdi” – Girgenti 1919  Tip. C. Formica

“Idi Romane” – Trimarchi editore 1919

“Note pascoliane” –  1920 – Girgenti : Tip. C. Formica

“Il sogno della Vergine del Pascoli”  – Palermo : Stab. arti grafiche E. Priulla, 1921

“Pentecoste” traduzione dal tedesco da Marie Herbert – in Lumen – Chieti – Marzo 1921

“Amore” traduzione dal tedesco da Marie Hebert  in Lumen Chieti ottobre 1921

“Epigrammi “ Catania : Studio editoriale moderno, 1922

“Musa epica canti e brani scelti” : da l’Iliade, da l’Odissea e da l’Eneide col riassunto de tre poemi : ad uso scuole medie  – Palermo : G. Priulla Salemi, 1923,

“Il canto di Manfredi in Dante” fascicolo commemorativo Druker     Padova 1923

“Girgenti” in Farfalle – Catania 1924

“La lampada”  : liriche  – Catania : Studio editoriale moderno, 1924

“Syracusana  traduzione in distici da E.Armaforte del R.Liceo Vitt. Eman. – Palermo 1925

“La riviera onde il mare non ha vanto” in Annuario Regio Ginnasio Meli Palermo 1925

“Epigrammi d’amore” – nozze Albeggiani-Favara – sett. 1925 Catania : Studio editoriale moderno

“Titiro” -prima egloga di Virgilio – saggio di una nuova traduzione metrica del Bucolicon liber  – Catania : Studio editoriale moderno, 1926

“Saggio di una nuova traduzione metrica degli epigrammi di Meleagro di Gadara in Atene e Roma VII -Gen.Giu.1926

“Giosuè Salatiello, Inter Lilia cantus” – versione metrica -Trimarchi editore – Palermo 1927

“Lucretius Carus, Titus: Invocazione a Venere “ – versione metrica  con una Lettera semiseria a Gino Funaioli – Palermo : A. Trimarchi, 1927

“Rosaliae virgini sanctae” carme latino di G.Daidone . Versione metrica in esametri – Palermo 1927

“Sinfoniale oscuro” : [versi] – Catania : L’arte Sicula, 1927 (F. Conti)

“Persefone” – Palermo : A. Trimarchi, 1927

“Il mistero di Casella” – Palermo : Scuola tip. Boccone del povero, 1928

“Il sole ed io” -Nuovi epigrammi –  Palermo : Priulla 1928

“A Palermo” Visione panoramica della vita letteraria palermitana nell’Almanacco Letterario  – Unitas Milano 1929

“Gli epigrammi di Anita di Tegea” versione metrica in Annuario R.Liceo Umberto I  – Palermo 1929

Antesterie  – Catania : Studio Edit. Moderno, 1929 (Palermo, Tip. Boccone Del Povero)

“Meleagro di Gadara” – Gli Epigrammi . versione metrica – ed. – Carabba Lanciano (Chieti) 1930

“Le Eliadi”  – Palermo –  A. Trimarchi editore  [1929-30]

“Perchè Anchise mori sull’Erice – nota virgiliana in “Peregrina” – Palermo – Istituto poligrafico editoriale siciliano  settembre 1930

“Omaggio a Emanuele Armaforte ed. Piazza e Calì – Palermo 1930

“Callirhoe” –  Catania : Studio editoriale moderno, 1931

“Martialis, Marcus Valerius :Epigrammi scelti”  M. V. Marziale ; testo, con traduzione e commento – Palermo –  Andò, 1933

“Elegie”  – Catania : Studio editoriale moderno, 1933

“Epigrammi a Gioietta” – Priulla editore Palermo 1933

“Il sorriso di Manfredi” : nota dantesca ; Epigrammi dall’Antologia palatina : traduzione – Palermo : Arti grafiche G. Castiglia, 1933

“Momos” : 77 epigrammi – Palermo : Peregrina, 1935 (Scuola Tip. Ospizio di Beneficenza)

“Musa epica” : episodi scelti da l’Iliade e da l’Odissea commentati per le scuole medie – Palermo : A. Trimarchi, 1933, 1935

“La lupa” : 3  vol. Corso di storia ad uso dei ginnasi inferiori  – Palermo : Priulla, stampa 1935-1936

“Oleandri di Mondello”  Palermo : Priulla, [dopo il 1935]

“Breve storia della letteratura greca”  – Palermo – Trimarchi, stampa 1936

“I morti di Bligny “: ode a Bruno e a Costante Garibaldi – Palermo : Grafiche G. Castiglia, 1936

“Un poeta calabro-siculo : Vittorio G. Gualtieri” – Catania : Luce grafica, 1937

“Vergilius Maro, Publius: Eneide : libro 2.”  – Palermo : Andò, edizioni 1936 – 1937 –  1944 -1950

“Apollon” : antologia degli elegiaci, giambografi e melici di Grecia ad uso dei licei – Palermo : Ando,  1938 e 1940

“Scrittori della romanità” – Libreria Flaccovio – Palermo 1940

“I più grandi scrittori latini” : Manuale per gli esami di maturità Palermo : Ed. Peregrina, 1935 (Scuola Tip. Ospizio di Beneficenza)

 

Il Modernismo

Tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘ 900 negli ambienti cristiani più sensibili a un più stretto dialogo tra ragione e fede, in linea con le conquiste scientifiche del momento, ebbe molta fortuna il modernismo, una corrente religiosa e artistica che sosteneva il  rinnovamento del cattolicesimo. Se ne attribuisce la nascita al prete francese Alfred Loisy, le cui opere vennero messe all’Indice nel 1903 e che fu scomunicato nel 1908. In Italia il suo esponente più importante fu Ernesto Buonaiuti (1881-1946) grande figura di sacerdote e di intellettuale , che presenta molte analogie con Longo. Scomunicato e dimesso dallo stato clericale dalla Chiesa cattolica fu prima esonerato dalle attività didattiche,  e poi privato della cattedra universitaria per essersi rifiutato, con pochi altri docenti (appena dodici), di giurare fedeltà al regime. Sosteneva, assieme a vari altri gruppi religiosi, che i dogmi non sono verità immutabili, ma momenti storici di particolari esperienze religiose. Il fanatismo religioso di Pio X arrivò alla messa all’indice di romanzi come Piccolo Mondo Antico di Fogazzaro e alla scomunica  maggiore (chi ne è colpito deve essere evitato), di don Romolo Murri, (1909), discepolo di don Sturzo,  convinto che la Chiesa moderna dovesse predicare le massime del cristianesimo capaci di riformare la vita collettiva degli uomini e di far nascere una “democrazia cristiana” autonoma rispetto all’autorità religiosa.  Le  proposte e le esigenze di “adattamento della religione cattolica alle conquiste dell’età moderna”  vennero condannate da Pio X con l’enciclica “Pascendi”  (1907)  e stesero un velo di oscurantismo sulle esigenze di tutti coloro che avevano creduto di cambiare la chiesa restandone all’interno.

 

Il modernismo siciliano

Monreale fu sede, ai primi del Novecento di una fiorente scuola umanistica e modernista di cui fecero parte diversi intellettuali, “ Emanuele Armaforte e Girolamo Daidone di Altofonte, valenti poeti latini,  Gianbattista Leto poeta colto e delicato, Giuseppe Saitta, professore di Storia all’Università di Bologna; Giorgio La Piana, apprezzato professore in una università americana; Vito Lo Duca, latinista, poeta e storico; Giuseppe Sola, professore nel Liceo di Acireale, Giuseppe Caronia, medico e illustre scienziato; Gaspare Crociata, divenuto fra Antonio da Castellammare, cappuccino, scrittore e storico; Francesco Paolo Evola vicario generale di Monreale per lunghissimi anni; Stefano Morello, letterato arguto di versatile ingegno; Andrea Gullo, erudito poliglotta ed insigne latinista; Giuseppe Fedele che con poesia tenera e delicata canta la sua città di Monreale e le bellezze della Conca d’Oro” (6),  cui si aggiungono Giovanni Comandè, direttore della casa editrice Sandron , Mario Polizzi, il grande poeta Gaetano Millunzi, oltre che lo stesso Longo. Di questi solo due conservarono l’abito talare, dopo la condanna del modernismo, Antonio Barbera e un certo Ricca.

Completa l’elenco  quel “drappello  di preti sociali siciliani, come Ignazio Torregrossa, Di Giovanni, Arista, Di Marco, Crisafi, Sclafani, egualmente grandi quanto il loro conterraneo Don Sturzo, ma che aspettano d’essere finalmente tolti dall’oblio”(7). Non si può non citare ancora don Salvatore Di Bartolo, Giuseppe Lo Cascio e il messinese Silvio Cucinotta, quasi tutti grandi  studiosi di teologia, predicatori, conoscitori dei problemi sociali della Sicilia, agitatori, messi ai margini dal fanatismo conservatore della chiesa di allora.

Nella sua biografia Iraggi sostiene che a Palermo  insegnava Giovanni Gentile il quale ebbe a dire: “Era in aria odor di battaglia gli animi erano inquieti, per le vie gruppi di giovani, schiere di chierici e professori s’accaloravano in discussioni animate”. Longo conobbe queste ideologie e questi uomini,  ne fu affascinato, sino a lasciare l’abito talare, anche se non scelse l’antifascismo militante, come alcuni di essi.

 

La religiosità  

Le lacerazioni religiose nel conflitto con la contemporaneità si leggono anche nel romanzo “Peccato mortale” scritto da un altro noto partinicese,  Santi Savarino, pubblicato nel 1964. (8) Vi si narrano le vicende di un sacerdote, don Giuseppe Macaluso, che in un certo momento, non trovando risposta ai problemi posti dalla fede , affascinato dalle idee del modernismo abbandona l’abito talare, vive da laico, si sposa, trova una sua dimensione di tranquillità, ma in punto di morte ritorna alla fede perduta. In molti hanno visto nel protagonista un chiaro riferimento a alle vicende di Giuseppe Longo. In un convegno su Santi Savarino, tenutosi nel 1996 a Partinico , il prof. Mazzamuto, dell’università di Palermo sostenne invece che il protagonista era da identificarsi in Antonino De Stefano, un grande studioso di storia medievale che iniziò i suoi studi al Seminario di  Monreale, divenne sacerdote nella diocesi di Trapani nel 1903, proseguendo poi gli studi in Svizzera e Germania. Manifestò entusiasmo per il modernismo e per questo lasciò l’abito talare nel 1913.  Docente di Storia medievale, dal 1924 insegnò all’ateneo di Bologna. Dal 1936 al 1956 fu all’università di Palermo. Fu in ottimi rapporti con Giuseppe Longo, al quale lo legavano lontane comuni esperienze a Monreale.  Personalmente ritengo più convincente l’identificazione di Giuseppe Longo con Giuseppe Macaluso, del quale il gesuita De Martinis, sulla “Civiltà Cattolica “ scrive: : “Dopo l’apostasia egli si ridusse ad un uomo qualsiasi, dimentico della fede, in preda al fallimento dapprima, e poi, dopo il matrimonio civile, felice e contento della posizione, dell’affetto e della libertà raggiunta. Solo in letto di morte la fede ritorna, ma quasi come un’illuminazione interiore e come un miracolo” (9)

Il percorso fatto in modo intuitivo e spontaneo da San Francesco e in modo concettuale da Pico della Mirandola, per arrivare a una “sincresi” tra paganesimo e cristianesimo, tra l’amore della natura e il distacco dalla materia dato dalla spiritualità è descritto in maniera concisa e precisa da Longo:

 

“Sta tra due mondi

il nostro tremante cuore pensoso

fra la tua croce, Cristo,

e il breve sogno umano” (pag. 227)

 

Due poesie di Longo esprimono questo accostamento con il dramma interiore del personaggio del romanzo di Savarino

 

IN UNA DOLCE NOTTE

 

In una dolce notte de l’aprile

Passato- entrava dal balcone aperto

L’alterno canto di due rosignoli

Ne la macchia lontani e un tremolio

Di stelle – io chiusi il libro del Vangelio

Per sempre, e ne la triste anima mia

Risuonò come un’eco di lontana

Campana a morto e parvero cipressi

I pioppi allineati sul ruscello

Vicino e li movesse non l’auretta

D’april, ma il soffio d’una sepoltura.

E ne la notte dolce de l’aprile

Vidi l’ultima volta, come un lieve

Fantasma dileguare verso i suoi

Cieli, per sempre, il mite Nazzareno….

E gli usignuoli non cantaron più

 

Se la decisione del poeta rappresenta come un’amputazione, come una perdita senza scampo, “per sempre”, si trova anche il flash dell’ultimo minuto, quasi il ricongiungimento con ciò che si credeva definitivamente perduto, nell’universale prospettiva della bellezza:

 

VOTO SUPREMO

 

Prima che io varchi la misteriosa

Soglia di morte ed erri ignudo spirito

Le solitarie strade del mistero

Ch’io beva a tutte le sorgenti pure

De la gioia o Signore, e affissi i miei

Occhi mortali in ogni visione

Fugace di bellezza!…Che si chiuda

Ogni attimo di gioia entro il mio cuore

Ch’ogni bellezza vi deponga un raggio

Consolatore ed immortale, o Dio!

Ch’io porti meco questo mio tesoro

Dentro l’anima mia, ch’io mi ricordi

Sempre di questo mio sogno di vita

Ove piansi ed amai, ove al mio cuore

Sorrise la bellezza e la bontà.

Che di questa vicenda senza fine

Di bellezza che assurge nella luce

Dai domini de l’ombra e abbaglia i miei

Occhi mortali, resti il pio ricordo

Entro il mio cuore, per l’eternità

 

Il momento dell’ultima ora ritorna in questi versi dedicati all’amico e poeta Girolamo Daidone, dove il distacco dalla religione non occulta la presenza di una forte religiosità. (11)

 

A GEROLAMO DAIDONE

 

Se, di là della vita, splende l’alba di un giorno migliore

-o tu, saggio, che affermi, con occhi profondi e raggianti-

Anche me, che non credo, attende quel limite santo.

Ma tu felice vai, guidato dal lume d’un astro

Verso la morte e Dio: cammina il mio cuore nell’ombra,

e da soglia estrema un gelido vento m’agghiaccia.

Pur di là della soglia, di là de l’estremo respiro,

saggio, tu dici: E’ il padre che aspetta con le braccia protese.

Bene. Se cuor di padre ei tiene nel petto, se ha visto

Tutto il mio cuore, tutta la vita mia triste che spesi

In uno sforzo insonne, verso un bene fuggevole sempre,

accoglierà me pure, che errai, ma piansi, ma volli

più soave, più bella, più santa la vita mortale,

me che negai, ma stetti in luce e in ardore perenne.

 

 

Il classicismo

Il classicismo è una costante della letteratura italiana . Il primo Ottocento, con Foscolo e Leopardi è ancora orientato nella visione serena e armonica della bellezza classica, soprattutto greca, nella sua illusione di raggiunta perfezione, mentre, dopo la rilettura di Nietzsche si scopre all’interno dell’arte antica la sua tensione verso l’irraggiungibile, che diventa pathos, tragedia, lacerazione interna, emozione. Nel solco di questa cultura classica si muovono, nel primo novecento, Carducci, D’Annunzio,,  Pascoli, Quasimodo, Montale, e tanti altri, alla ricerca di una piena corrispondenza tra  il sentire interno e la parola che tenta di esprimerlo, con un occhio ai drammi della civiltà contemporanea e ai suoi problemi sociali. Longo appartiene alla categoria del classicismo puro, soprattutto nell’uso del lessico e nei suoi adattamenti metrici, dall’epigramma , composizione da lui preferita, al distico elegiaco. Sia lui che l‘amica  poetessa Bonura ebbero con Pascoli una fitta corrispondenza, in linea con quanto egli scriveva: « …il nuovo abbonda intorno ai giovinetti, o sovrabbonda…Meglio vivificare l’antico: ché da questo viene l’ispirazione, da quello non scende che l’imitazione; e l’imitazione uccide, mentre l’ispirazione crea ». (12) Ma se in Pascoli “la presa di coscienza della verità , rivelata anticamente dal mito classico e confermata dalla scienza del XIX secolo comporta la fine di ogni metafisica in favore di una vera e propria rinascita dell’umanità”,  ( ibid.), nella poetessa Bonura l’opzione religiosa è centrale e in Longo essa, per quanto negata, non smette di esercitare il suo fascino e di procurare un’angoscia come quella di Adamo scacciato dall’Eden: “Nessun poeta sperimentò, come Longo, il mito biblico di Adamo” (13). In questo clima e in raffinata cultura della classicità va citato anche il prof. Giovanni Battista Grassi Privitera, che visse a Partinico dal 1891 sino alla morte nel 1941, appassionato studioso e traduttore di classici greci e latini, oltre esperto linguista (14)

 

Gli affetti

Longo si muove su un sentiero contraddittorio, nel quale si intravede la raggiunta gioia, l’intuizione di una pienezza, che è appagamento dei sensi e simbiosi con il mondo esterno, mentre, a un tempo ridiventa tristezza, solitudine, sensazione di estraneità:

 

“Per questo io passo nel mondo, straniero, e soltanto

Qualcuna anima mi conosce, come la mia, straniera”

 

“Per infinite strade, n’andrai camminando: infiniti

Sorrisi non il dolce volto vedrai dell’amore”

 

“Dici il tuo nudo cuore: la gente si ferma e ascolta

Chè nel tuo cuore sente l’eterno cuor del mondo”

 

“Ti ringrazio, Signore, di quanto benigno mi desti,

ma di questa, su tutto, gioia di dar gioia.

 

PANE NOSTRUM

 

Tristezza, mia tristezza, aria de l’anima mia,

pane cotidiano, respiro mio profondo

 

Sul vano tumulto del tempo che lento s’abissa,

tu sola mi dici parole d’eternità

 

 

La natura e i luoghi dell’infanzia

Assieme al groviglio dei sentimenti si associa il rapporto con la natura, , la fruizione dell’esterno e la capacità di saper descrivere quanto scorre sotto gli occhi, come tocchi di pennello essenziali che compongono un bozzetto:

 

RUSCELLO D’ORO

 

Dietro una fosca muraglia di nubi, sul mare, la luna

S’è affacciata a guardare, gialla tra lievi veli.

Ed estatica, muta, contempla nel mare un ruscello

D’oro, che va tremando da la muraglia a riva

 

L’impressione è quella di trovarsi sulla baia di san Cataldo, alla foce del Nocella, luogo che viene citato altrove, nel ricordo lontano dell’infanzia perduta:

 

QUESTA VOCE

 

Questa voce perenne di marina,

ora sommessa come una preghiera,

-pregano l’onde e allungansi a baciare

Questo fosco dell’uomo arduo calvario –

Or fragorosa, qual di mille e mille

Umani pianti, mi ritorna al cuore

la mia lontana fanciullezza, quando

vegliavo udendo l’ululo del mare.

Che, se ben lungi, la mia casa, pure

Vi si sentiva il vasto rimbombare

Dei flutti nella baia di San Cataldo.

E il mio cuore fanciullo stava a udire

Per ore ed ore, con un’ansia arcana

Quella voce lontana di tempesta

 

Ancora un luogo natio, dove il poeta trascorse i primi anni della sua vita proprio al limite con la sontuosa Villa Margherita  di Partinico:

 

I PASSERI

 

In  villa Margherita, – o dolce paese lontano! –

Abita una famiglia di molte migliaia d’uccelli,

che svegliano all’alba, col vasto lor canto, i vicini.

Poi partono a gruppi, nel primo lucore del giorno,

con vol silenzioso, pe i verdi giardini e i vigneti.

Si rivedono a sera, ne l’ultimo lume del sole,

con grande vocio, svolando da un albero all’altro,

e sembrano nuvole scroscianti sul vasto fogliame.

Ma quando, in inverno, gli abeti e le acacie son nudi,

i passeri innumeri, gremiti su rami grigiastri,

somigliano un nuovo fogliame improvviso di ali

sbocciato a la sera, azzurra tra i nuvoli rotti.

Poi tace il clamore e vegliano in alto le stelle…

O finestra mia chiusa, o dolce paese lontano!

 

Un altro angolo del “dolce paese lontano” è Villa Bonura, domicilio della omonima poetessa, dove ancora oggi  si nota una torre di guardia  cinquecentesca che, negli anni ‘30 divenne un punto d’incontro tra poeti e letterati di Partinico. (15). Maria, alla quale è dedicata l’elegia  non è la poetessa, che si chiamava Raffaella. Il sito è ricordato in un’altra poesia “In villa Bonura”. In un passaggio di un’appassionata lettera scritta a Pascoli Raffaella Bonura scrive: “Quindi le dico grazie dal profondo dell’anima e grazie per tutto ciò che mi ha raccontato l’amico Longo, il quale mi assicura che i miei versi hanno ritrovato grazia presso gli occhi suoi e che a Roma fui, per mezzo di essi, in loro compagnia. Aspetto con vivo desiderio qualche cosa di suo di cui m’invoglio….” (16)

 

RICORDI

 

O Maria, ricordi gli aranci di villa Bonura,

il pozzo inghirlandato, candido di corolle

 

di filadelfia, la stella lucente per entro le rame

d’alloro, i bei viali floridi, ai miti vespri?

 

O Maria, ricordi quel tavolo vecchio e tarlato,

là dinanzi a la torre, nelle serate chiare,

 

e la piccola cincia ch’aveva il suo nido nel buco

di quell’albero morto, presso l’antica palma?

 

E lungo la muraglia, i mandorli in fila albeggianti,

tremuli ad ogni fiato, nel cielo di viola?

 

Ed Il furto di rose nel sottostante giardino,

quella sera d’aprile? Come squillava allegra

 

la tua fresca risata, spiando da l’alto ciglione

noi che s’andava audaci per te a rubar le rose!

 

O Maria, ricordi? E i tuoi occhi, i tuoi occhi son quelli

ancor d’una volta? c’è, dimmi, quell’ombra ancora

 

soave, quel mite chiarore di alba lontana?

Oh ancora una volta andar lenti tra i verdi

 

viali, in una dolce serata, vedendo morire

lontanamente il sole, nel bel golfo lunato;

 

e seguire ne’ i cieli i sogni felici d’allora,

entro l’ombrìa soave degli occhi tuoi, nel vespro!

 

 

L’affresco che segue è un omaggio alla vicina Terrasini. Il mare è una delle costanti della poesia di Longo. Difficile dire di quale scoglio si tratta:  forse quello di Calarossa. L’ultimo verso  richiama due versi di Montale: “trema un ricordo nel ricolmo secchio, – nel puro cerchio un’immagine ride”

 

SCOGLIO DI TERRASINI

 

Espero lentamente si stacca da l’ultima cima

De lo scoglio; sfavilla del suo chiarore il mare.

 

Arde la stella: tale in alto, legate le braccia

Candide, nude, gioia dai grandi occhi raggiando,

 

protendesi al flutto, nel chiaro meriggio di luglio,

prima che spicchi il salto,  una fanciulla e ride

 

Cantano l’acque un coro di laude, nel fondo

Del puro specchio il dolce viso tremola.

 

 

Note bibliografiche.

1-Lelio Rossi- Gandolfo Iraggi: “Giuseppe Longo e la sua poesia” – Centro Studi per la Cultura Siciliana, quaderno n.3 nel 1961.

2-G. Lipparini: “Sommario della Letteratura italiana” vol. 3° ed. Signorelli.

3-V.Gerace: “La sera” di Milano,1930   riportato da Iraggi op. cit.a pag. 34

4-Rossi -Iraggi: “ Giuseppe  Longo” op. cit.  pag. 64

5-Per la bibliografia di G.Longo è stato riportato l’elenco dei testi reperibile sul  sito della Biblioteca Regionale Siciliana, completato con una bibliografia  fatta da Nunzio Cipolla

6-Giuseppe Schirò: “Cultura monrealese nell’800” blog

7-Centro Studi per la storia del modernismo: “Fonti e documenti” n.31 e 32 a cura di Lorenzo Badeschi

8- Santi Savarino: “Peccato mortale” –  1964 ed. Vito Bianco

9-De Martinis:  “La civiltà cattolica, anno 116, 1965, vol. 20.

10- G.Longo: “Elegie” Catania 1933-34 pag. 227    ?

11-G.Daidone: “Minima”  ed. Libr. Internazionale Arceri ed Agata

12-G.Pascoli: “Sul Limitare” – Sandron 1900

13-E.Donadoni: “L’anima e la parola” Dante Alighieri 1915

14- vedi nota biografica in S. Bonnì: “Partinico e la sua storia” edizione del 1969 pag. 312-313.

15-G.Longo Elegie cit.

16) il testo intero della lettera è riportato nella breve ed unica biografia di Raffaella Bonura reperibile nel testo di Giuseppe Di Trapani “Parinico, passione, talento, creatività” ed. Vittorietti 2013, pag. 309

 

 

 

 

 

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