A dodici anni dal sequestro, confiscati i beni di Andrea Impastato

Andrea Impastato

 

 

La storia

Storia vecchia quella del sequestro dei beni di Andrea Impastato, oggi rispolverata perché si è passati alla confisca. I dati e le motivazioni restano  uguali: si tratta di  un imprenditore di Cinisi al quale il 22 febbraio 2008 vengono sequestrati i beni per 150 milioni di euro riconducibili, secondo le indagini, a Bernardo Provenzano e a Salvatore Lo Piccolo, dei quali Andrea sarebbe  un prestanome, attraverso il  suo compaesano Pino Lipari, accusato di essere ministro dei lavori pubblici di Provenzano. In realtà molti di questi immobili sono stati realizzati dagli Impastato, padre e figli, grazie alla loro intraprendenza e alle loro capacità imprenditoriali, ma, secondo le indagini della G.d.F. sono emerse ombre sulla lecita provenienza dei capitali investiti.  Il provvedimento si riferisce a innumerevoli immobili e appezzamenti di terreno da Carini a San Vito Lo Capo, il Mercatone Uno di Carini, cinque ulteriori  aziende, tutte del mondo dell’edilizia, la più grossa delle quali è la Medi.tour, che si occupa della gestione della cava di Montelepre, ma c’è anche la IN.CA.S, la “Prime Iniziative”, la Paradise. A San Vito, in contrada Calamancina c’è il residence “Il Baglio”, con 27 villette.  Amministratore giudiziario dei beni, e quindi anche della cava viene nominato Salvatore Benanti,

La Icocem

Andrea Impastato, detto “u Sinnacheddu” , ha quattro figli, due dei quali, Luigi e Giacomo,  dipendenti di una cava di pietrisco sita in territorio di Montelepre, di proprietà dello stesso Impastato. Il 23.9.1981 è stato ucciso nei paraggi di Cinisi  il fratello Luigi, nell’ambito della guerra di mafia scatenatasi tra i soldati di Gaetano Badalamenti e quelli di Totò Riina. Nel 2011, su decisione del tribunale, i due fratelli  vengono licenziati, ma  non si perdono d’animo e creano una nuova società, la Icocem, con sede a Carini, riconquistando, a poco a poco, buona parte del mercato che si riforniva nella loro ex cava. Riescono anche a “rifarsi” una verginità denunciando al magistrato diversi tentativi di richiesta del pizzo e iniziando una fitta collaborazione con le autorità, sino all’arresto di alcuni estortori. Da parte sua Benanti, che si presenta episodicamente alla cava di cui è amministratore, in una sua relazione accusa gli Impastato, diventati diretti concorrenti della loro ex cava di cui è amministratore, di associazione mafiosa, cioè di avere costituito la loro azienda con i soldi, di provenienza sospetta, del padre. Con strana sollecitudine il tribunale  dispone  il sequestro della Icocem, la dott.ssa Saguto ne affida l’amministrazione allo stesso Benanti, il quale mette in liquidazione la società che è chiamato ad amministrare e che si trova nelle vicinanze della cava, ormai diventata “sua”. Nel frattempo vengono licenziati i 20 operai che lavorano nella cava, e alcuni vengono riassunti “a tempo”, secondo le richieste di materiale da parte delle imprese di costruzione del territorio. Gli Impastato intanto presentano ricorso, con una loro relazione, nella quale è dimostrata la tracciabilità e la regolarità di tutte le operazioni che hanno condotto alla creazione della loro società, ma l’udienza, che avrebbe dovuto svolgersi ad  ottobre 2011, per indisposizione della dott.ssa Saguto è rinviata, dopodiché ci sono altri rinvii  sino a quando i fratelli Impastato  chiedono  una proroga per predisporre e presentare una perizia di parte diversa da quella presentata dai periti nominati dalla Saguto.

Il compenso di Benanti per l’amministrazione delle aziende sequestrate è di 15 mila euro al mese, e se sommiamo questa cifra per gli otto anni in cui è rimasto, arriviamo  a  un milione e mezzo di euro, in pratica un  ricco stipendio pari o superiore a quello di un deputato. La sola Icocem, di cui ormai non esiste quasi più nulla, gli frutta 8 mila euro ogni tre mesi.  Per 5 mila euro l’anno vengono invece affittate le villette di San Vito il cui valore di locazione, specialmente nel periodo estivo, potrebbe anche arrivare a mille euro la settimana.  Per amministrare tutto ciò Benanti si serve di coadiutori, con uno stipendio mensile di 3 mila euro. Tra questi ha un ruolo importante, come direttore della cava, Grimaldi, figlio di Fulvio, Cancelliere dell’ufficio misure di Prevenzione, cui è stato ucciso il figlio, anche lui direttore di una cava, la  Buttitta, amministrata da Cappellano Seminara.  Nella gestione della cava, specie nel trasporto del materiale edile, si è preferito lasciar marcire i mezzi in dotazione e affidarsi ai cosiddetti “padroncini”, cioè a proprietari di altri mezzi, che lavorano con altre cave, poichè si ritiene che il noleggio dei mezzi ha costi inferiore all’uso dei mezzi di proprietà della cava. Il poco personale rimasto si lamenta delle videocamere di sorveglianza, disseminate dappertutto, della poca disponibilità di spazi, pieni di mezzi inutilizzati e abbandonati,  della facilità con cui vengono erogate sanzioni e multe a lavoratori il cui torto è quello di chiedere di far valere i propri diritti, dell’obsolescenza dei mezzi di lavoro e della mancanza di sicurezza.

La Unicem

Il 10 maggio 2017 Salvatore Benanti è stato “rimosso”, ma l’odissea dei figli di Andrea Impastato non è finita, perché  il 16 ottobre 2017 una nuova tegola cade sulla testa dei fratelli Giuseppe e Stefano  con una nuova ordinanza di sequestro di beni stimati, secondo le solite cifre gonfiate, in 1.500.000 euro e comprendente la Unicem, nuova società intestata ai due fratelli, la Adelkam di Alcamo, di proprietà per il 70% di Giuseppe Impastato e per il 30% della signora Mistretta Giovanna, moglie di Vito Cammarata, dipendente e socio dei fratelli Impastato. Sequestrati anche numerosi veicoli e macchinari, oltre a conti correnti per un totale di 80.000 euro e assegni bancari per 133 mila euro. Secondo la Procura dietro i due fratelli c’è ancora l’ombra del padre e quindi l’utilizzo delle sue sostanze di dubbia provenienza. Tutto questo mentre il CGA, con una sentenza del 15 settembre 2017 ha accolto un ricorso avanzato dai fratelli Impastato avverso all’informazione interdittiva emessa dalla prefettura di Palermo nei confronti della Società, ritenendo che essi, con buona ragione, potevano essere iscritti nel casellario informatico dell’Agenzia Nazionale Anticorruzione.

L’avvocato Andrea dell’Aira, legale degli Impastato, rilascia una dura dichiarazione: “Bisogna fare ricadere sui figli e per sempre le colpa del cognome che portano? Il provvedimento di sequestro ci sorprende. I figli non sono mai stati direttamente coinvolti in nessun processo… Il presupposto è che, oltre a non risultare cointeressenze paterne nell’azienda dei figli, il padre risulta avere mantenuto negli anni passati una condotta moralmente integerrima. Cosa dovrebbero fare i giovani Impastato, accettare di non poter più fare un lavoro onesto solo per il cognome che portano? Rifugiarsi nel comodo sottobosco dell’illegalità? Da nessuna parte peraltro – continua il legale – vi è alcun riferimento ad ingerenze del padre nella vita o nelle aziende dei figli. Gli stessi figli che si sono costituiti parte civile e sono destinatari di risarcimenti dai presunti mafiosi che li hanno estorti come nel caso del processo a carico di Diego Rugieri.  Senza contare che la stessa sentenza di condanna che ha colpito il padre ha stabilito il suo allontanamento dagli ambienti mafiosi sancito dalle sue successive denunce contro gli esattori del racket datandolo tra la fine del 2008 ed il 2009. Cosa può entrarci l’azienda dei figli nata nel 2014 ?”

Andrea Impastato oggi ha 73 anni, ha scontato sei anni di carcere per associazione mafiosa, è stato sottoposto per otto anni in regime di libertà vigilata e ha lavorato da volontario in una società onlus di Cinisi, dimostrando di avere definitivamente chiuso i conti con il suo passato. Il 6 giugno scorso il Tribunale di sorveglianza di Palermo ha dichiarato “cessata la pericolosità sociale, revocando la misura di sicurezza”.  Ma a quanto pare tutto questo non è stato sufficiente per ii giudici delle misure di prevenzione, che hanno disposto la confisca, ma che, in precedenza avevano anche deciso il dissequestro e la restituzione dei beni sequestrati ai figli.  Del patrimonio iniziale , valuato per 150 milioni, è rimasto ben poco: i vari punti commerciali e le attività, soprattutto quelle legate al commercio del calcestruzzo, sono state chiuse da tempo e gran parte delle risorse iniziali sono state “disperse” o “succhiate” dagli amministratori giudiziari. Non sono da escludere ulteriori strascichi giudiziari, mentre i due nuovi amministratori giudiziari della cava di pietrisco sembrano adoperarsi per rimettere in sesto la cava con un progetto di apertura di una nuova attività estrattiva, riuscendo a salvare il posto di lavoro ai pochi operai rimasti al loro posto.

Insomma, pare di capire che la conclusione di questa amara vicenda è che collaborare con la giustizia per mettere fine al triste sistema delle estorsioni, non serve a niente, poiché non ci si potrà mai sottrarre al sospetto che la collaborazione serva come copertura per evitare il sequestro e la successiva confisca. Anche l’iscrizione dei fratelli Impastato a Liberjato, associazione antiracket legata a Libero Futuro, non è servita, dopo che Liberjato è stata sospesa dalla prefetta De Miro, (settembre 2017) poiché i suoi imprenditori avrebbero agito sempre con l’intenzione di cautelare i propri beni per evitarne il sequestro. Non è il caso di dire che quest’ultima decisione ha gettato nello sconforto e nella delusione coloro che avevano creduto di associarsi per ribellarsi alle estorsioni. Non se ne esce: le colpe dei padri ricadono sui figli. Ai quali, in questo caso, non è rimasto altro che leccarsi le ferite.

Pino Lipari

 

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