A chi ha sarà dato… (Salvo Vitale)

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La parabola dei talenti

“Un uomo, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti,a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo le sue capacità e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque, così anche quello che ne aveva ricevuti due ne guadagnò altri due. Colui che invece aveva ricevuto un solo talento andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro.  Dopo molto tempo il padrone tornò e volle regolare i conti con i suoi servi. Colui che aveva ricevuto cinque talenti ne presentò altri cinque. “Bene, servo buono, sei stato fedele nel poco, ti  darò autorità su molto: prendi parte alla gioia del tuo padrone”.  Lo stesso per colui che aveva ricevuto due talenti. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: “Signore, so che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso: per paura andai a nascondere il talento sotterra, ecco [i]qui il tuo”. Il padrone gli rispose:  “Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli il talento e datelo a chi ha dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e vivrà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; ivi sarà pianto e stridore di denti” (Matteo 25,14)

 

Conclusione della parabola

La conclusione è in linea con le logiche spietate del capitalismo, secondo le quali “i soldi fanno soldi”,  ai poveri è negata la possibilità di sollevarsi dalla propria condizione, perché, non avendo nulla non sarà loro dato nulla, chi è ricco continuerà ad essere più ricco, chi è povero, sempre più povero.  Certamente questo Cristo che fissa le leggi del capitalismo, nella stessa misura che poi sarà meglio individuata da Calvino e descritta mirabilmente da Max Weber  (“L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”),  non è il Cristo che dice: “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”. (si tenga presente che cammello è una grossa fune per ancorare le navi) . Ma è sicuro che i ricchi non si preoccupino più di tanto, perché per loro il regno dei cieli è già su questa terra, mentre i poveri possono rifugiarsi solo nell’illusione che, in un futuro lontano, ci sarà la giustizia sociale, il comunismo, l’uguaglianza economica e giuridica ammesso che la sentenza della parabola non valga, com’è molto probabile,  anche nel regno dei cieli. In tal caso ci sarebbe una scala dantesca di ricompense, in base al comportamento in vita.

 

L’economia italiana

Tutto ciò è una premessa per dire che in questo momento l’economia mondiale procede a ritmo pieno, secondo i parametri evangelici: i ricchi sono sempre più ricchi, la forbice tra le classi sociali è sempre più divaricata. In questa condizione l’Italia sembra superare, per spregiudicatezza, molti altri paesi industrializzati: i dirigenti italiani, pur non brillando per capacità imprenditoriali o direttive, sono i più pagati d’Europa, i politici pure, il peso del reddito fiscale è il più alto del mondo ed è, in maggior parte, riversato sulle famiglie, sulle imprese, sui ceti a reddito fisso, da cui si continua a spremere tutto quello che deve essere travasato per alimentare le ricchezze di coloro che sono già ricchi. Questi nababbi sarebbero stimati in circa 6.000 persone, (guarda un po’ , tanti quanto l’esercito dei mafiosi), sotto cui ci sarebbe una “classe media” che vive agiatamente e costituisce il supporto e lo strumento della ricchezza dei nababbi. Tutti costoro ormai sono talmente avidi  da non sapere individuare alcune elementari leggi dell’economia cui la parabola faceva riferimento, ovvero produrre ricchezza attraverso nuovi  investimenti che servono ad incrementarla, e quindi far ruotare l’economia mettendo in grado chi adesso non può, di comprare, di far girare il denaro al di là dei renziani 80 euro, del reddito di cittadinanza, senza la contemporanea possibilità di prestare un lavoro, del reddito di emergenza ed altre elargizioni assistenziali a pioggia, a causa delle difficoltà e degli scompensi creati dalla pandemia.

 

Il contributo di solidarietà

Ogni tanto, al momento di definire la legge finanziaria, spunta la proposta del  “contributo di solidarietà”, cioè di una tassa sulla ricchezza che è una riedizione della tanto discussa “patrimoniale”. Inevitabilmente si alza la voce dei contrari, quasi sempre ricchi industriali e proprietari, assistiti dai loro supporter. A loro si  associanoi, su autorevoli giornali,  certi economisti, certamente al servizio dei loro padroni, che hanno dato parere negativo sulla tassa proposta,  perché impedirebbe ai ricchi di investire e quindi di dare ai lavoratori più possibilità di arricchirsi, oltre che di creare altri posti di lavoro, e quindi di combattere la disoccupazione. Stessa litania si sentita, teorizzata da Draghi a proposito della possibile “deflazione”, cioè la diminuzione dei prezzi, che, nella realtà, dovrebbe mettere in grado il povero di acquistare generi che, al momento, non può permettersi e che, invece, è stato detto, bloccherebbe le possibilità di nuovi investimenti, diminuendo il profitto che il produttore riceve dalla vendita del prodotto. Sono venute in passato proposte di una tassa  su chi guadagna oltre 3000 euro al mese,. Il giorno dopo questa vecchia trovata ne è spuntata un’altra, quella di bloccare gli stipendi agli statali, i quali li hanno già bloccati da qualche anno, e sono sempre il primo bersaglio da colpire, e poi quella di spostarel’eventuale contributo di solidarietà prima sulle pensioni tutte, e, dopo qualche insorgenza, sulle pensioni d’oro.

 

La difficile solidarietà

Il principio che i più ricchi debbano contribuire a dare una mano per la soluzione della crisi, considerato che sinora hanno pagato sempre i ceti più deboli, non è sbagliato, anzi è l’unica via possibile per salvare la sopravvivenza di un sistema che sinora ha creato e conservato queste gravi storture sociali e differenze abissali di classi. Una volta si chiamava “socialismo”, ora anche di questa parola si è perso il significato originario. Ma  non è corretto chiamarlo “contributo di solidarietà”, sia perché il con-tributo è qualcosa che comporta una radice comune e ai “signori” non interessano molto le affinità o le vicinanze con i plebei:  cioè, non esiste la “solidarietà”, tra ricchi e poveri, se non , negli illusori e accorati auspici dell’Enciclica “Rerum Novarum” , (1894) poi più o meno ripetuti   nella “Populorum progressio” (1968) e nella “Laborem exercens (1994)”, ma mai concretamente realizzatisi, perché ai ricchi non gliene frega niente delle condizioni dei poveri, perché per loro il cristianesimo è un optional per mettersi il cuore in pace e perché rinunciare anche a 100 euro della loro ricchezza è un sacrificio che non vogliono fare, a meno che non gli si imponga: non un con-tributo, ma un tributo, certamente non solidale. E siccome comandano loro, queste proposte sono destinate ad affondare, come sempre, e ad essere solo una spruzzata estiva di acqua marina subito asciugata, uno spolverio d’illusioni renziane disperso nel caldo delle ferie d’agosto.

 

Pubblicato, a parte successive emendazioni, su Antimafia Duemila 21.08.2014

 

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