SISTEMI ELETTORALI E DEMOCRAZIA (Salvo Vitale)

Mafalda

 

La disputa tra sostenitori del sistema proporzionale e di quello maggioritario, tornata a galla dopo il referendum sul taglio dei parlamentari, con la necessità di ridisegnare i collegi elettorali e riscrivere la stessa legge elettorale in vigore,  è  vecchia ed ha visto, nel tempo, forze politiche, anche d’ispirazione politica opposta, schierarsi per l’uno o per l’altro sistema, a seconda dell’opportunità politica del momento.  La Lega e i forzisti, una volta proporzionalisti sono diventati maggioritari, vista l’opportunità di disporre di un centrodestra unito, che gli farebbe conquistare la maggioranza dei collegi, mentre il PD, una volta maggioritario è diventato proporzionalista, dal momento che non è in grado di assicurare  l’unità delle forze di sinistra e l’alleanza stabile con i pentastellati. Alla base delle posizioni maggioritarie c’è il problema della governabilità, che sarebbe assicurata dalla vittoria di uno schieramento con  il relegamento dell’altro all’opposizione. Altra accusa è quella di una presunta moltiplicazione dei partiti minori ognuno dei quali poi, per far parte della maggioranza di governo, pretenderebbe in cambio poltrone e spazi politici spesso superiori alla sua forza numerica e rappresentativa, sollevando crisi di governo e ricatti politici. E giù di la pretestuosi discorsi di clientelismo, di patteggiamenti, di manovre sotterranee ecc… Va subito premesso che se le coalizioni non funzionano non è colpa della legge elettorale, ma degli uomini che le compongono. Il sistema maggioritario è una sorta di “asso pigliatutto”, nel senso che riduce la possibilità di scelta a due combinazioni politiche, obbligando a sceglierne una anche chi non si sente rappresentato da nessuna delle due. Chi vince, con o senza ballottaggio, è colui che rappresenta il suo collegio elettorale, mentre la minoranza viene cancellata. E’ il caso di ricordare il risultato del 61 a  zero  alle politiche del 2001 in Sicilia,  allorchè la formazione di Berlusconi fece il pieno dei collegi elettorali  , 41 alla Camera e 20 al Senato. Allora si votava col Mattarellum e fu solo  grazie al recupero proporzionale previsto da quella  legge elettorale che l’Ulivo potè ottenere alcuni seggi. Sulla moltiplicazione dei partiti ci sarebbe poi molto da ridire: si pensi che nei migliori momenti del “maggioritario” abbiamo avuto sino a 40 partitini che si sono presentati alle elezioni o che hanno cercato “apparentamenti” elettorali con i partiti maggiori. Per contro il “proporzionale” si reggeva complessivamente su otto partiti,  tre, quattro o cinque dei quali associati nelle coalizioni di governo.  Basterebbe uno sbarramento, non inferiore al 5% per impedire frammentazioni del panorama politico, ma va anche notato che lo  sbarramento  non è una scelta compatibile con le regole della democrazia piena, nel senso che bisognerebbe garantire a ogni voce e a ogni gruppo politico con un certo numero di voti da rapportare a quelli necessari per eleggere un candidato, la possibilità di essere rappresentato: tutto questo è sempre relativo alla volontà di ogni partito di trovare una sua coalizione e rispettare le regole della convivenza politica, cosa che in Italia non è facile, vista la litigiosità e l’animosità dei militanti, soprattutto a sinistra, dove vige la masochistica regola del “contarsi”  ed essere soddisfatti se si supera l’1% e se si cresce di qualche minimale alle successive elezioni.

E’ del tutto falso indicare nel clientelismo un effetto del sistema proporzionale, poiché le clientele politiche si annidano in qualunque sistema e i “ras” del sistema maggioritario sono forse la più grande espressione dell’utilizzo del potere come strumento per collezionare consensi, al di là dei conflitti d’interesse.

Quindi il maggioritario nasconde già la prima violenza alle regole della rappresentatività, dal momento che l’insieme dei collegi vinti non è espressione della maggioranza dei voti presi: si può vincere un collegio anche col 30% e si possono vincere tre seggi col 30% rispetto al collegio in cui il candidato ha conseguito il 90%. Ma accanto a questo “trucco” c’è poi l’altro del “premio di maggioranza” , sempre in nome della governabilità e sempre affidato alla coalizione che raccoglie più voti: tale combinazione è stata inserita anche nelle elezioni comunali. Conseguenza:  si può essere maggioranza , cioè conseguire almeno il 51% della rappresentatività, anche se il partito che si becca il premio rappresenta il 30 o il 40% dell’elettorato.

E poi c’è la questione delle preferenze: se prima era possibile esprimere più preferenze ai candidati delle stesse liste, successivamente tale scelta è stata relegata a uno solo o all’accoppiata di sesso diverso, ma anche in tal caso sono eletti non i più votati, ma i primi della lista, cioè quelli decisi dalle segreterie dei partiti, in rapporto alla vicinanza ideologica o amicale con il leader politico che s’incarica di tali scelte. Sul maggioritario la scelta non si pone neppure, è già fatta dall’alto.

Se qualcuno intravede “democrazia” in questo contesto di strategie studiate a tavolino per aggirare o raggirare la volontà dell’elettore e spacciare per sua scelta ciò che è stato deciso dall’alto, è un ingenuo.

Anche la scelta dei candidati, in entrambi i sistemi è già pilotata dalle segreterie di partito, oltre che dagli interessi politici ed economici di determinate lobbies,  sia nell’individuazione del candidato “unico”, sia in quella della lista piena: resta poi scontato che in una lista di trenta candidati vince chi ha più capacità  di raccogliere consensi e che tale capacità è affidata alla disponibilità economica, al clientelismo, alla possibilità di usare alcuni canali della pubblica amministrazione per procacciarsi voti, ma imputare questi elementi al sistema proporzionale è pretestuoso e scorretto, a parte il fatto che l’alternativa è la scelta voluta dal capopartito, più o meno come si faceva  nell’ex Unione Sovietica. L’abolizione del voto di preferenza è un ulteriore tassello di una deriva autoritaria, della quale Renzi è stato la più “sfacciata” espressione, sia col Rosatellum che con l’inopportuno referendum, ma che già da tempo avanzava con il benestare soprattutto dei partiti di sinistra. Prodi e Veltroni sono ancora oggi sostenitori del “maggioritario”, affascinati da quel filoamericanismo che ha portato alla presidenza Trump, malgrado Hillary Clinton avesse preso un milione e mezzo di voti in più. In realtà in Italia si è sempre alla ricerca di una legge elettorale: la proporzionale, in vigore dal 1948 al 1994  è stata abolita o modificata sino ad oggi da quattro leggi elettorali dai nomi strani, Tatarellum, Mattarellum, Porcellum, Rosatellum o Italicum , tutte pensate e approvate  alla scadenza delle legislature, sulla base di previsioni di voto e sondaggi, alla ricerca della scelta più favorevole agli interessi della maggioranza, magari con la distribuzione di briciole di sopravvivenza a partitini di contorno ai grandi partiti. Il premio di maggioranza, che aveva consentito al PD di vincere sul filo della lana le penultime elezioni, si è rivelato un boomerang nel momento in cui i Cinquestelle hanno vinto le ultime elezioni.

In conclusione, solo il sistema proporzionale è espressione di corretta, sia pure parziale democrazia rappresentativa, dal momento che una delle regole della democrazia è quella di dare voce anche alle minoranze, indispensabili  per un corretto funzionamento delle regole democratiche.

Inevitabile il discorso  sull’esistenza, anzi sulla sopravvivenza della democrazia negli stati moderni.  Le democrazie “borghesi” sono oligarchie (governo di pochi), spacciate per governo del popolo o governo dii tutti: l’astensionismo già restringe la pretesa dei “partiti” di rappresentare tutti gli elettori o di parlare a loro nome. Si aggiunga la possibilità di disporre di uno strumento mediatico efficace, dalla televisione alla rete dei social, e di avere a disposizione uno staff che controlli tutte le esternazioni mediatiche e intervenga all’interno di ognuna per  causarne la demolizione con feroci commenti in caso di posizioni critiche nei confronti del proprio leader.  Seguono i giornali, molti dei quali , pur essendo di vocazione filogovernativa, non rinunciano ad atteggiarsi a censori o a critici delle discrasie della maggioranza politica , insieme ai giornali d’opposizione, che santificano, senza sconti,  l’operato dei propri leader o padroni e che sono diventati strumento di autentiche violenze nella lettura dei fatti e nella loro mistificazione.

Anche la rappresentatività delle minoranze viene attutita e ammorbidita da lauti stipendi, prebende, gettoni di presenza, sconti, scorte, esenzioni, privilegi vari e persino bagni termali per tutta la famiglia a parte i trattamenti pensionistici reversibili per i vari eredi. E’ chiaro che, in questi termini, parlare di democrazia diventa uno specchietto per le allodole. Secondo un trucco ormai collaudato, ci si preoccupa dei limiti delle democrazie altrui e si tende ad offuscare i propri.

Fra l’altro, all’origine della crisi che stiamo vivendo c’è un meccanismo che ormai sta caratterizzando il nostro nuovo secolo, ovvero un ritorno al medioevo e alla scala gerarchizzata degli uomini in vassalli, valvassori, valvassini, militi e servi della gleba. I ricchi hanno allargato, e continuano a farlo, i loro margini di profitto, e possono consentirsi di guazzare nel loro mondo dorato di alberghi a 5 stelle, crociere, vacanze mitiche, negozi specializzati, griffe, gioielli ecc. I lavoratori, che hanno sempre meno soldi da spendere, non potendo comprare, sono risucchiati da un cerchio di miseria e disoccupazione. Non esiste più un partito cui fare riferimento per organizzare le lotte sociali e progettare una società nuova, basata su parametri ben diversi dagli attuali, e si arriva alla conclusione che ben poco è cambiato dai tempi di Pericle, quando ad Atene su 200 mila abitanti solo il 10% aveva la cittadinanza ed era mantenuto dal restante 90%. (vedi “Encyclomedia” – Storia della civiltà europea). Quindi, niente democrazia, e neanche “aristocrazia”, perché “aristoi”, in greco significa “i migliori”: i migliori in Italia sono ritenuti i cosiddetti tecnici, che quasi sempre al servizio dei cosiddetti “poteri forti”. Non c’è un governo dei migliori, ma di pochi, “oligoi”, e cioè “un’oligarchia”, oppure una “timocrazia”, cioè un sistema in cui i diritti dei cittadini sono stabiliti in base al censo, (timos), cioè in base alle ricchezze possedute, ovvero,   se  vogliamo usare un termine caro al fascismo, ovvero una “plutocrazia”, in cui “plutos” è il dio denaro. In tal senso il sistema maggioritario è lo strumento ideale di governo, ben lontano dal significato della democrazia.

Mafalda

Questo articolo riprende alcuni spunti pubblicati  su Antimafia Duemila  21.5.2015 in un articolo dello scrivente dal titolo “Quale democrazia”

 

La vignetta è un omaggio a  Quino, il grande disegnatore e creatore di Mafalda, appena scomparso

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