Sempre con noi: ricordo di un compagno: VITO LO DUCA

4618 Mangiata luglio 78 - Copia

Dal libro di Salvo Vitale “Intorno a Peppino” (ed. Di Girolamo Trapani 2020)                                                                                                                               9 funerale_03 E’ stato un bell’esempio di compagno, con una robusta  coscienza proletaria acquistata dalla costante vicinanza con Peppino, durante l’organizzazione del movimento degli edili. In un certo senso era il guardaspalle di Peppino, passava gran parte del suo tempo alla Radio, ma non riuscì mai a pigliare in mano un microfono e a trasmettere. Era assolutamente convinto che la rivoluzione è il passaggio obbligatorio da costruire, per il passaggio verso una società comunista.  Qualche anno dopo la morte di Peppino, Vito si trasferì a Milano, con il preciso rifiuto di sottoporsi allo sfruttamento mafioso del proprio lavoro. E’ morto per  una grave malattia il 20 maggio 1997.  In un brano pubblicato nel 1978  nel bollettino “Dieci anni di lotta contro la mafia” , parlando della situazione degli edili a Cinisi egli scrive: “Gli imprenditori non hanno altra scelta: se vogliono lavorare devono stare alle leggi dei clan mafiosi e prendere da loro le forniture. Tutto questo passa attraverso lo sfruttamento degli edili precari. La sinistra rivoluzionaria a Cinisi, anche su tutte queste cose si deve rapportare e fare i conti. L’unica possibilità sarebbe di parlare delle nostre contraddizioni, dei nostri bisogni, delle nostre paure, di socializzarle e di farle diventare prassi concreta, in modo da unificarle con le altre realtà sociali, ma succede raramente. Prendere posizione su queste cose e quindi prendere coscienza è difficile: alla base ci sta la paura delle conseguenze, cioè di mettere in crisi il vecchio modo di fare piccolo borghese.”

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Foto: 1: Vito ai funerali di Peppino: è accanto a Giovanni Impastato

Foto 2: Vito LO Duca, (il primo a sinistra), Salvo Vitale, Pino Manzella, Nando Bartolotta, Umberto Santino, Letizia Battaglia,  in una scampagnata (15 luglio 1978) raccontata nel libro “Cento passi ancora”

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