RICORDO DI CESARE PAVESE a settant’anni dalla sua morte (S.Vitale)

Pavese_

 

Cesare Pavese è definito da Wikipedia, ove ce ne fosse bisogno,  uno dei maggiori intellettuali italiani del XX secolo, ma l’anniversario della sua morte sembra essere stato da tutti ignorato. Forse perché intellettuali in grado di leggere, amare, vivere le cose scritte da Cesare Pavese, in Italia ne sono rimasti ben pochi. In giro si vedono solo intellettuali della propria ignoranza.

Pavese si suicidò Il 27 agosto 1950 a Torino in una camera d’albergo a Torino ingoiando dieci bustine di un potente sonnifero. Prima aveva provato a chiamare tutti gli amici ma nessuno gli aveva risposto. Qualche giorno prima, il 18 agosto, aveva scritto sul suo diario le sue ultime parole: “Tutto questo fa schifo. Non più parole. Un gesto. Non scriverò più .”

Non è facile parlare di un così complesso esempio di narratore, traduttore, poeta, studioso di antropologia e di letteratura. Quelli più vicini al suo tempo lo abbiamo amato e ci siamo commossi ripetendo a memoria le sue poesie di “Lavorare stanca”, o quelle ben più intense di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Molti di noi citavano e facevano proprie  le frasi del suo diario “Il mestiere di vivere”, come un modo per esprimere saggezza e per leggere la difficoltà di ogni momento della vita. Pavese per tutta la vita ha cercato, senza trovarla mai compiutamente,  una via di comunicazione con l’esterno, con il resto del mondo, e ha cercato di trovarla al suo interno con  il recupero dei miti dell’infanzia, con  la scoperta delle radici del proprio essere, del proprio destino che era tutto determinato con l’infanzia stessa.

L’ultima sua poesia, in inglese, “Last blues, to be read some day” si può considerare il suo epitaffio, specie nella sua parte finale:

 

Some one has died

long time ago –

Some one who tried

but didn’I know..

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