Il Fatto quotidiano scopre la gestione fallimentare dei beni confiscati, ma sbaglia foto

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Con alcuni anni di ritardo, rispetto a quando abbiamo cominciato a quando, dall’emittente Telejato, in cui lavoro, ho cominciato ad occuparmene, il quotidiano di Travaglio, “Il fatto quotidiano” scopre che esiste un problema di cattiva gestione delle terre confiscate alla mafia, che  “il 10% delle aziende sequestrate alle Cosche (non si capisce perché è scritto Maiuscolo, forse non si sa di che cosche si tratta) resta in piedi. I motivi: burocrazia, pressioni dei boss, banche che chiudono i rubinetti”. Dopo questo titolo l’articolo prosegue con  una lunga descrizione  dell’economia illegale, che consente allee aziende mafiose di sopravvivere sfruttando in nero i lavoratori, con un’occhiata alle disamministrazioni, sulla colpevolezza  e sull’incapacità gestionale su cui  non insiste più di tanto ma non accenna alla perversione di una legge che, da un lato giudica penalmente, e in taluni casi assolve, dall’altro condanna e sequestra sulla base di elementi che appartengono solo alla sfera del sospetto. Addirittura, in qualche passaggio, si arriva ad accusare i mafiosi come responsabili del degrado delle loro aziende, per ostilità nei confronti dello stato.   A parte la parzialità dell’analisi, e la mancanza di riferimenti (eccetto uno) all’economia alternativa nella gestione delle terre confiscate, l’articolo di Pietro Mecarozzi è integrato da tre foto che non c’entrano niente o molto poco con l’oggetto dell’articolo: si tratta di una vicenda ancora in attesa di giudizio, relativa a un albergo di proprietà di Katia Amodeo, figlia di un imprenditore edile di Alcamo, al quale anni fa è stato prima sequestrato, poi riconsegnato, poi risequestrato e confiscato il patrimonio immobiliare, malgrado anni di collaborazione con i responsabili delle forze dell’ordine di Trapani. Katia ci scrive: “Mi chiedo perché tanta gente che si proclama paladino della legalità scrive cose del genere sapendo di mentire? Nell’articolo non si parla di noi, ma le foto sono quelle del nostro hotel, ancora in attesa di giudizio. La prima cosa che ho pensato è che certamente è più antimafioso pubblicare le foto del mio hotel, in attesa di giustizia, che pubblicare foto di beni acclaratamente di mafiosi, non si sia mai che si offendono. E  poi che significa scrivere “la mafia fa terra bruciata  attorno alle sue aziende confiscate? Si riferisce a me?. Si nega ogni coinvolgimento degli amministratori giudiziari, tra cui Collovà, amministratore dei beni degli Amodeo , perché nel cuore si spera sempre che questa gente possa allungare qualche favore.” Lo sfogo di Katia è pienamente giustificato poiché Il 3 aprile 2019 è stato reso noto un provvedimento  di confisca di beni per un valore di 40 milioni di euro nei confronti di Giuseppe Amodeo, 64enne imprenditore di Alcamo, e dei sui familiari. Katia era riuscita, con i suoi sforzi e le sue competenze a costruire una struttura alberghiera, sulla quale pesa ancora una vicenda giudiziaria, non essendo chiaro secondo i giudici il procedimento che ha condotto alla vicenda della costruzione alberghiera e l’eventuale coinvolgimento del padre, che comunque non ha nulla che spartire con Cosa Nostra.

 

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