Confisca anomala dei beni di Calcedonio Di Giovanni

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Il 2.6.2021 l’ufficio Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, presieduto da Raffaele Malizia ha deciso la riconsegna di beni, stimati per un miliardo e 600 mila euro agli imprenditori Virga di Marineo. Due giorni dopo la corte d’Appello di Palermo ha confermato invece una sentenza già emessa dal tribunale di Trapani nel 2016 decidendo la confisca definitiva dei beni di Calcedonio Di Giovanni, per un ammontare di 100 milioni di euro.

Chi è
Calcedonio Di Giovanni è un costruttore ultraottantenne che abita a Monreale, con interessi tra il trapanese e il palermitano. Nel 1964, malgrado la sua laurea in agraria e un posto di ispettore presso il ministero agricoltura e foreste, raccogliendo l’eredità del padre, decide di mollare tutto e darsi all’edilizia, costruendo un palazzo a Piazza Mokarta a Marsala, ed entrando nel 1972 in società, assieme ai suoi quattro fratelli, con Filippo Vaglica, nipote del suocero Filippo Sciortino e con Giorgio Norrito, con i quali crea una società, La Mantide, che dichiarerà fallimento nel 1978, dopo una serie di vicissitudini giudiziarie. A Monreale dà l’avvio a una serie di costruzioni, tra cui il Villaggio Primavera, alle porte di Palermo, ma si trova davanti a diversi ostacoli da parte della Soprintendenza ai monumenti e di un pretore di Monreale che gli contestano il reato di abusivismo per difformità a un piano di fabbricazione che, che, a suo dire, nei tempi in cui gli era stata rilasciata la concessione, non esisteva. Sono tutte operazioni giudiziarie che, dopo vicende durate quasi un decennio danno ragione, nel 1984, con sentenza del giudice Viola, a Di Giovanni, che tuttavia vede intanto bloccata la possibilità di continuare il suo lavoro.
Tra le sue molteplici attività, negli anni ’70 Di Giovanni progetta un mega villaggio turistico-nautico in contrada Torrazza, a Marsala, zona protetta, con la sua società, La Mantide, in un’area di 170.000 mq., di proprietà della moglie Orsola Sciortino, con un bacino portuale di 50 mila mq., 30 mila mq di fabbricati, 500 posti barca 8 piscine, ristoranti, bar botteghe, campi da tennis e una spiaggia privata. Si parla di un affare da 500 milioni, che avrebbe dovuto essere realizzato dalla Roof Garden di Michele Licata, ma, malgrado la concessione rilasciata dal comune di Marsala nel 1973, il progetto è bloccato dalle proteste e dalle manifestazioni degli ambientalisti.

Vito Roberto Palazzolo
Il sequestro giudiziario arriva nel 2014. Il corpo più grosso è quello del villaggio vacanze Kartibubbo a Campobello di Mazara, circa 500 appartamenti venduti a privati con regolare atto pubblico. Le costruzioni sarebbero state realizzate, secondo le indagini della DIA, con i soldi di Vito Roberto Palazzolo uno dei principali esperti nel riciclaggio internazionale dei soldi della mafia, poi trasferitosi in Sud Africa, dove ha costruito un impero, e adesso, dopo una lunga controversia internazionale con la Thailandia, dove venne arrestato, assicurato alle carceri italiane, dove si dice stia collaborando. Il villaggio Kartibubbo viene rilevato dal Di Giovanni – si legge nel provvedimento del Tribunale presieduto da Piero Grillo “da potere del Palazzolo, con un notevole investimento posto in essere in un momento in cui Di Giovanni era del tutto sfornito di redditi leciti”.
Vito Palazzolo, su richiesta dello stesso Di Giovanni, ha fatto alcune dichiarazioni relative alla compravendita degli affari della Corporation Park, la società da lui creata, di cui era amministratore un tedesco, un certo Blank, e di cui erano soci alcuni imprenditori tedeschi: i terreni e il progetto approvato di un villaggio turistico vennero ceduti, nel 1974, in “permuta” a Di Giovanni e ad altri suoi sette soci, assieme ad azioni che, a quel tempo non avevano l’obbligo della nominatività, in cambio di sei appartamenti realizzati, dallo stesso Di Giovanni, a Campobello di Mazara e a Marsala. I tedeschi e Palazzolo si sbarazzarono dei terreni, sottoposti, in quella data al vincolo CIPE , sotto la minaccia di costruzione in zona di un polo petrolchimico, promesso e mai realizzato. “Erano stati frapposti diversi ostacoli burocratici – spiega Palazzolo – e il sindaco Nenè Passanante si era opposto al progetto”. Secondo Palazzolo, a quel punto, sarebbe stato chiesto “un sostegno ad un certo Centineo di Partinico, che a sua volta si era rivolto a Nenè Geraci uno dei più autorevoli mafiosi della cosca di Partinico, componente della “cupola”….”. Geraci, incontrò Passanante e, dice Palazzolo, “Le vicende si appianarono mediante i pagamenti quando si rivolsero ad un progettista di area socialista, tale ingegnere Toscano… I fondi per il pagamento delle tangenti vennero recuperati attraverso una sopravvalutazione dell’opera, apparentemente indicata in due miliardi e mezzo di lire mentre ne sarebbero bastati due miliardi”.

Il boss Vito Roberto Palazzolo

A risolvere tutto sarebbe stato l’on. socialista Vito Cusumano, presentato dal Toscano, il quale, dietro il presunto pagamento di tangenti, avrebbe sistemato le cose, grazie anche al suo ruolo di componente della Commissione Lavori Pubblici. Geraci, secondo Palazzolo, ricevette 20 milioni di lire, a titolo di commissione, che spese per comprare una villetta in contrada Ciammarita a Trappeto. La villa divenne luogo di incontri tra cui Palazzolo, Brusca, Bagarella, Riina, Agate e molti altri mafiosi trapanesi. Secondo Di Giovanni tali operazioni erano relative agli affari di Vito Palazzolo e non hanno mai avuto nulla a che fare con l’acquisto e la costruzione del villaggio.

Mafia e massoneria
Oltre che con Palazzolo, Di Giovanni, in società con i suoi fratelli, avrebbe agito al servizio e per conto dei mafiosi di Mazara del Vallo, primo fra tutti Mariano Agate, che risulta intestatario di uno degli appartamenti del villaggio Kartibubbo, mentre altri tre immobili sarebbero intestati a mafiosi della stessa cosca. Di Giovanni è descritto come un “imprenditore spregiudicato” in rapporti anche con la mafia di Castelvetrano, in particolare con Filippo Guttadauro, cognato di Matteo Messina Denaro, e con la mafia corleonese attraverso Pino Mandalari, commercialista di una serie di mafiosi, primo dei quali Totò Riina. “Di Giovanni – secondo il collaboratore di giustizia, adesso deceduto, Rosario Spatola – è un massone e sostanzialmente il prestanome di Mariano Agate, di Giovanni Bastone, ma soprattutto di Totò Riina”. Di Giovanni aveva incontrato Mandalari nel momento in cui costui stava dandosi da fare per creare alcuni circoli di Forza Italia a Palermo.
“L’esistenza di collegamenti fra mafia, massoneria trasuda – si legge nel provvedimento – da tutti gli atti di questo procedimento nella parte in cui viene in ballo il ruolo degli istituti di credito preposti al controllo dell’avanzamento dei lavori finanziati. Vennero erogate immense quantità di denaro in assenza totale di controlli e qualche volta con la chiara dimostrazione agli atti dell’assenza dei presupposti per continuare a finanziare l’opera”.
In realtà Mariano Agate ha acquistato l’appartamento a Kartibubbo dal dott. Parisi, di Torino, che l’aveva acquistato in precedenza, mentre l’altro mafioso citato, Burzotta, avrebbe avuto la disponibilità di un monovano, intestato alla moglie di Di Giovanni, del quale non era stato definito il contratto di vendita. Circa i rapporti con la massoneria, Di Giovanni se n’è sempre dichiarato estraneo.

Affari e truffe
Ultimamente Di Giovanni, secondo la Dia, avrebbe tentato di sottrarre il proprio patrimonio alla scure delle misure di prevenzione, costituendo una società in Inghilterra, la “Titano Real Estate Limited” che si occupa di gestione di villaggi turistici con domicilio fiscale italiano nel villaggio Kartibubbo. Amministratore della società è un mazarese, con la cui gestione si realizza un aumento del capitale che passa dai 100 euro iniziali ad 11 milioni di euro versati, anzi girati dalla “Compagnia immobiliare del Titano” con sede a San Marino, alla società inglese. I soldi riguardano in gran parte gli immobili del villaggio turistico e la manovra, secondo gli investigatori, sarebbe stata ideata per evitare il sequestro, ipotesi poco attendibile, poichè si tratta di passaggi commerciali che, in nessun caso avrebbero fermato, com’è stato, il sequestro degli immobili.
Nella fedina penale del Di Giovanni ci sono una quindicina di imputazioni e condanne che vanno dalla truffa, all’abusivismo edilizio, al furto di energia elettrica: la truffa, patteggiata, sarebbe stata perpetrata per l’incasso di finanziamenti statali e della Comunità europea, per una cifra di 30 milioni di euro, al fine di costruire alloggi e megastrutture turistiche, con annessi centri benessere, mai completate o rendicontate con un saldo spese notevolmente gonfiato rispetto all’effettiva somma utilizzata: i riscontri della G.d.F. , nell’operazione chiamata “Re Mida”, parlano di fatture per operazioni inesistenti documentate al Ministero dello Sviluppo Economico per la realizzazione delle opere e la fornitura dei beni strumentali per un ammontare di oltre 100 milioni di euro. Le aziende che avevano richiesto e ottenuto i finanziamenti, alcune di recente costituzione e “nate” per ottenere i finanziamenti inerenti la Legge 488/92, documentavano e fatturavano costi fittizi, con ingenti ricavi, a credito d’I.V.A, e quindi senza non aver mai versato alcuna imposta all’Erario, richiedendo e ottenendo, in taluni casi, anche indebiti rimborsi.
Artefice di tutta l’operazione sarebbe l’ing. Vito Abbate di Castelvetrano, un autentico esperto di progetti per utilizzare in modo opaco soldi dello stato e con il quale i fratelli Di Giovanni si ipotizza abbiano costituito un sodalizio. Dalle indagini è emersa, secondo la DIA, l’esistenza di una palese sperequazione fra i redditi dichiarati da Di Giovanni e il suo patrimonio, frutto di proventi illeciti derivanti da lottizzazioni abusive, truffe, omissioni contributive, e bancarotta per distrazione. Il Tribunale di Trapani ha quantificato in oltre sessanta milioni di euro l’evasione fiscale nei confronti dell’Erario, dell’imprenditore. All’epoca delle truffa allo stato i beni di Di Giovanni subirono un primo sequestro giudiziario, che venne dato in amministrazione ad Andrea Dara. Per i due anni di amministrazione (2007-2009) Dara avrebbe chiesto e ottenuto un compenso di 900 mila euro.

Il sequestro e la confisca
Il 27 ottobre 2014 la DIA di Trapani e di Palermo effettua, nei suoi confronti, un sequestro per un valore stimato in 450 milioni di euro. Si tratta di 20 società operanti nel settore immobiliare e i relativi compendi aziendali, 547 unità immobiliari, 12 veicoli, 8 rapporti e depositi bancari , terreni e case in provincia di Trapani e Palermo e una serie di società, molte delle quali oggi in liquidazione: la “Titano real estate limited”, la “Compagnia immobiliare del Titano”, Il “Cormorano”, la “Fimmco”, il “Campobello park corporation, “l’Immobiliare La Mantide”, “l’Associazione orchidea club, la “Selinunte country beach, alcune quote del “Selene residence” di Campobello di Mazara, il “Parco di Cusa vita e vacanze”, la “Dentalhouse”, la “Numidia srl”.

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Amministratori giudiziari dei beni di Di Giovanni, sono nominati Luigi Miserendino e Roberta Paderni. Va precisato che, diversamente da quanto hanno scritto i giornali, non è l’intero villaggio posto sotto sequestro e poi sotto confisca, ma 60 camere e tre appartamenti, intestati alla moglie di Di Giovanni, Orsola Sciortino. Gli amministratori si occupano dei servizi condominiali che, secondo i proprietari degli immobili dovrebbero essere di propria competenza, e ne hanno affidato la gestione a una società di servizi, “Kartibubbo Fulgens in lege”, di cui Miserendino è amministratore, assistito dalla Paderni e da certi Giambrone e Bellanca. C’è stata una società inglese che deteneva il 50%, ma che è stata liquidata ed è scomparsa di scena. La società, che gestisce anche una struttura turistica a San Vito Lo Capo, si occupa anche del nolo di attrezzature turistiche.
E’ del 4.10.2016 la notizia della confisca di primo grado dei beni a Calcedonio Di Giovanni. Sulle stime dei beni ci sono notizie differenti: alcune agenzie di stampa parlano di 100 milioni, altre, di 400 milioni, i periti di Di Giovanni parliamo di tre/quattro milioni di beni strumentali, cioè di immobili costruiti direttamente dall’interessato e non acquistati, che, nelle ultime stime stando all’effettivo valore commerciale, non dovrebbero andare oltre gli otto milioni di euro. C’è da restare allibiti su tali differenti valutazioni che, in gran parte si presume che escano dagli uffici che hanno effettuato sequestro e confisca e che vengono superficialmente riprese dalle varie testate giornalistiche locali e nazionali. Quella delle cifre gonfiate è una caratteristica distorta e generalizzata dei sequestri di beni di presunti mafiosi.

Anomalie
Il caso di Di Giovanni presenta alcune anomalie, nel senso che, a parte le sue vicende giudiziarie, non imputabili ad implicazioni con la mafia, i contatti con massoneria e mafia trapanese sono solo ipotizzati e non sono sostanziati da alcun procedimento giudiziario. Di Giovanni non è stato mai affiliato, ma è ritenuto “contiguo” alla mafia trapanese.
C’è da chiedersi, inoltre, perché, viste tutte le collusioni accennate nell’ordinanza, che si riferiscono a quasi quarant’anni di attività, ne sia stato disposto il sequestro solo nel 2014.

 

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In merito all’articolo sulla condisca dei beni a Calcedonio Di Giovanni, l’imprenditore ha chiesto di precisare che:

  • Non è corretta la notizia che la confisca dei beni ammonta a cento milioni, come diffuso da tutte le emittenti e dai giornali: si tratta di una cifra che, secondo le stime del tribunale, come correttamente indicato nell’articolo da voi pubblicato, non supera gli otto milioni di euro.
  • La misura del divieto di spostamento dal comune di residenza per tre anni è stata già scontata da due anni, e quindi il “preposto” è libero da qualsiasi restrizione
  • La sentenza è quella della Corte d’Appello di Palermo, nei confronti della quale i legali opporranno ricorso, sia in rapporto alla falsata temporaneità degli eventi indicati in un quarantennio, sia perché la richiesta di confisca è stata presentata dal Tribunale, oltre la scadenza prevista dalla legge. Non è difficile pertanto prevedere un annullamento e il ritorno dei beni al “preposto”.
  • Nei confronti di Calcedonio Di Giovanni non risulta alcuna condanna né per reati di mafia o per appartenenza o concorso in associazioni criminali. In uno stato di diritto le ipotesi e la presunzione di reato non sono o non dovrebbero essere elementi sufficienti a motivare la confisca dei beni.

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