ROCCO CHINNICI : RITRATTO DI UN GIUDICE (Fernando Scarlata)

Chinnici e scorta                                                                                                                      

Il 29 luglio 1983 è un venerdì, e come tutte le mattine il giudice Rocco Chinnici si è alzato molto presto, verso le cinque, per lavorare alle sue carte nello studio del suo appartamento, in Via Federico Pipitone 59 a Palermo.

Alle ore otto arrivano la sua auto blindata, un’Alfetta beige guidata da Paparcuri, l’Alfasud dei Carabinieri della scorta, con a bordo il maresciallo Trapassi e l’appuntato Bartolotta, e una gazzella dei Carabinieri che serve a rinforzare la scorta nel tragitto in cui il magistrato è più vulnerabile: dalla casa all’ufficio. È un supporto ulteriore che Rocco Chinnici ha da qualche mese, sa di essere sotto tiro, riceve minacce e la mafia ha già ucciso altri magistrati in Sicilia: nel 1979 a Palermo Cesare Terranova, l’anno successivo sempre a Palermo è toccato a Gaetano Costa e in quello stesso 1983 a Trapani la vittima è stata Giangiacomo Ciaccio Montalto. In una delle sue ultime interviste Chinnici disse: «La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare». Non è normale, invece, un paese dove un magistrato che fa il proprio dovere metta in conto di poter morire.

La mattina del 29 luglio 1983 davanti al portone del palazzo di Via Pipitone 59 c’è posteggiata una Fiat 126, alle ore otto e dieci Chinnici saluta i familiari e scende la scale, saluta il portiere Stefano Li Sacchi, esce dal portone. In quel momento è azionato un comando a distanza e la 126 lì parcheggiata esplode, è imbottita di tritolo. La devastazione è immensa: le auto distrutte, l’asfalto divelto, le tubazioni dell’acqua esplose. Rocco Chinnici muore così all’età di 58 anni; la sua speranza di non coinvolgere altre vite non si avvera: muore il portiere del palazzo, muoiono i carabinieri Trapassi e Bartolotta, l’autista Giovanni Paparcuri è privo di sensi e gravemente ferito ma si salverà. I feriti sono decine, anche all’interno delle abitazioni, tanto è stata violenta l’esplosione.

Ma perché è stato ucciso Chinnici? A chi dava fastidio? Che indagini stava portando avanti?

Entra in magistratura nel 1952 al Tribunale di Trapani, è Pretore a Partanna per dodici anni fino al 1966 nell’anno in cui si trasferisce al Tribunale di Palermo come Giudice Istruttore,  successivamente ricopre l’incarico di magistrato di Cassazione, nel 1979 arriva la promozione a Consigliere Istruttore, inizia così a dirigere l’ufficio in cui opera da tredici anni.

Non si è ancora aperta la cosiddetta “stagione dei pentiti” che permetterà di conoscere la struttura di Cosa Nostra, eppure Chinnici, grazie alla sua capacità di analisi e alle sue intuizioni, ha una visione del fenomeno mafioso che non si discosta da quella che sarà confermata qualche anno dopo: le dimensioni dell’organizzazione, gli ingenti capitali gestiti, i collegamenti con le organizzazioni americane e delle altre regioni italiane, il controllo del traffico della droga, l’inadeguatezza delle legislazione per far fronte al fenomeno mafioso.

Chinnici ritiene fondamentale il lavoro di gruppo perché quando un magistrato antimafia viene assassinato le sue conoscenze e il suo lavoro si perdono con la sua morte; se il lavoro è di squadra non può essere vanificato da un omicidio. Così crea gruppi di lavoro e trasmette ad ogni membro le sue conoscenze, una scelta innovativa per i tempi. Di fatto nasce il nucleo di quello che sarà il pool antimafia che si costituirà dopo la sua morte sotto la direzione di Antonino Caponnetto. Accanto a sé vuole due giovani magistrati: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, entrambi moriranno come il loro “maestro”: col tritolo. Di quella esperienza Borsellino scriverà: «Ci prospettò lucidamente le difficoltà e i pericoli del lavoro che intendeva affidarci, ci assistette e ci spronò a superare diffidenze e condizionamenti: ché allora, con carica non meno insidiosa dell’arrogante tracotanza di oggi, così si manifestavano gli ostacoli frapposti dalla “palude” al nostro lavoro». Con questi giovani collaboratori conduce le prime indagini di quelli che si caratterizzeranno come i più grossi processi per mafia degli anni Ottanta. Su tutti il “rapporto dei 162”, che ha segnato la strada al primo maxiprocesso. Ha capito che Cosa Nostra si basa sulla unitarietà e interdipendenza tra le famiglie, che la connessione fra tutti i principali delitti di mafia è evidente. A lui risale l’ispirazione dei primi provvedimenti di riunione delle istruttorie sui grandi delitti mafiosi, unica strada per conoscere le cause e gli autori dei crimini. Chinnici è un esempio di organizzazione giudiziaria, i suoi colleghi statunitensi considerano l’Ufficio Istruzione di Palermo un centro pilota per la lotta a Cosa Nostra.

Ma il suo lavoro va oltre le aule del Tribunale. Negli anni in cui è Pretore a Partanna intrattiene un contatto diretto con i cittadini che lo chiamano affettuosamente “lu preturi”, a Palermo mantiene questo tipo di rapporto e crede nella necessità di relazionarsi direttamente con i cittadini per trasmettere una coscienza antimafiosa. Il suo lavoro di sensibilizzazione passa anche attraverso le scuole dove incontra i giovani per parlare di mafia e di droga, un connubio strettissimo: fare prevenzione per salvare la vita dei giovani e per arrestare uno dei maggiori introiti della mafia. Questa sua caratteristica è un altro elemento di modernità e innovazione nella lotta alla mafia che non si sconfigge col solo lavoro della magistratura, serve oltre ad una adeguata legislazione, anche  una risposta sociale, politica e culturale. Ecco il perché del suo impegno nelle scuole e tra la gente.

La mafia nasce, secondo Chinnici, fondamentalmente dalla necessità di difendere a qualunque costo la proprietà privata e il privilegio. Un concetto che non sentiamo esprimere mai. «La mafia è stata sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione della ricchezza», dichiara Chinnici in un’intervista a I Siciliani nel marzo dell’83, «prima era il feudo da difendere, ora sono grandi appalti pubblici, i mercati più opulenti, i contrabbandi che percorrono il mondo e amministrano  migliaia di miliardi. La mafia è dunque tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza». Un’altra idea innovativa che sfata il luogo comune della mafia come organizzazione sostitutiva dello Stato, che elargisce servizi, benefici e aiuti ai cittadini. La mafia è un modo di fare politica mediante la violenza, per tale motivo cerca e trova alleanza col potere politico.

Nel 1982 Cosa Nostra uccide il segretario regionale del Pci, Pio La Torre, e il Prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Chinnici ha fretta, si sente pressato dal tempo, sa che la stessa sorte può capitare anche a lui. È la stessa fretta che Paolo Borsellino avrà dopo l’omicidio di Falcone, continuerà a ripetere di avere poco tempo. Abbiamo detto che nello stesso 1983 viene ucciso Ciaccio Montalto, magistrato impegnato nella lotta alla mafia nel trapanese, un magistrato che considera la mafia criminalità politica, crede nella necessità di una riforma dei metodi di lotta contro la mafia, è convinto che uno strumento di lotta sia la legge La Torre e Chinnici è d’accordo.

A Palermo sono i primi ad applicarla, essa permette infatti l’uso di mezzi e strumenti che possono colpire il mafioso nel cuore stesso della sua attività: le indagini nelle banche, il controllo sugli appalti e subappalti. La nuova legge dà la possibilità di incriminare per il reato di associazione mafiosa, una legge tardiva ma indispensabile, insufficiente, ritiene Chinnici, se non accompagnata ad un aumento degli organici nelle varie sedi giudiziarie che a Palermo sono uguali a quindici anni prima mentre Cosa Nostra ha moltiplicato la sua potenza. Quando Ciaccio Montalto viene assassinato Chinnici incontra il Capo di Stato Sandro Pertini e gli parla della necessità di istituire una banca dei dati: ormai la mafia ha ramificazioni in tutta l’Italia, «conseguenza di quella sciagurata politica del confino», afferma Chinnici, «che non solo non eliminava il fenomeno mafioso (…) ma lo metteva in condizione di inquinare un territorio fin’allora sano della nazione. (…) Il mafioso resta tale in qualsiasi tempo e contrada e dovunque egli si trovi continuerà a esercitare la su attività criminale». Serve, quindi, una banca dei dati che metta in condizione di sapere chi sono i personaggi implicati nei vari delitti mafiosi e quali eventuali collegamenti possono esserci fra loro.

Non esiste ancora la legge sui “pentiti” ma Chinnici ne coglie l’importanza, non crede nel pentimento dei mafiosi,  «il mafioso non ha senso morale», afferma, e quindi non può avere pentimento. Ma un mafioso può trovarsi costretto a collaborare con la giustizia, per salvarsi la vita, si deve cogliere questa occasione favorendo la collaborazione con una appropriata riduzione di pena, auspica quindi una legge sui mafiosi collaboratori di giustizia. «Non premierà una redenzione morale ma una collaborazione dettata dal terrore. Ma è tutto utile per lottare contro la mafia».

All’inizio degli anni Ottanta ben oltre la metà dei finanziamenti della Regione Sicilia alle aziende agricole finiscono nelle mani della mafia, la pubblica amministrazione è strettamente collusa con la mafia, i costi delle opere pubbliche lievitano e gli introiti finiscono con l’arricchire la famiglie mafiose. Chinnici non solo lo sa ma lo dice pubblicamente, la mafia ha messo le mani su una buona metà dell’economia siciliana, grazie al supporto dei colletti bianchi e della politica. Pochi giorni prima di morire dice: «c’è la mafia che spara; la mafia che traffica in droga e ricicla soldi sporchi; e c’è l’alta finanza legata al potere politico (…) Stiamo lavorando per arrivare ai centri di potere più elevati». Chinnici vuole arrivare proprio a questi centri ma il tritolo non glielo consente come non lo ha consentito e non lo consentirà a nessun altro.

Lavora senza farsi condizionare dai ricatti e dai boicottaggi del Palazzo: indaga sui delitti politici, da Pio La Torre a Mattarella, dal giornalista Mauro Francese all’omicidio Dalla Chiesa. Vuole unificare tutte queste indagini, è convinto che la regia sia la stessa, e sarà la stessa, confida ad un amico, che ordinerà il suo eventuale assassinio. Tiene un diario dove annota riflessioni, giudizi, episodi. Non si fida di alcuni colleghi del Palazzo di giustizia di Palermo, in modo particolare dei vertici giudiziari. È convinto che le pressioni mafiose trovano appoggi nel Palazzo di Giustizia di Palermo. Già quando collaborava con Gaetano Costa sul traffico di droga con le famiglie americane aveva l’abitudine di confrontarsi col collega di nascosto, nell’ascensore di servizio.

È stato il primo magistrato a considerare Peppino Impastato vittima della mafia, tanto che riapre le indagini conclusesi troppo sbrigativamente già il 9 maggio del 1978 quando i carabinieri giungono subito alla conclusione che il militante di Democrazia Proletaria è un terrorista morto mentre sta preparando un attentato dinamitardo sulla linea ferroviaria Palermo-Trapani. Tesi che è sempre stata confermata dalla magistratura, bisogna attendere il 2002 per vedere la conclusione del processo con la condanna all’ergastolo del boss Gaetano Badalamenti.

L’ex procuratore capo di Palermo Giovanni Pizzillo, deceduto nel 1982, dice a Chinnici: «Ma cosa credete di fare all’Ufficio istruzione? La devi smettere Chinnici di fare indagini nelle banche». Ma Chinnici non smette, anzi indaga anche sui Salvo e anche in questo caso viene ostacolato e subisce critiche dai superiori; annota nel suo diario che il procuratore capo Vincenzo Paino è un amico dei Salvo. «Pochi mesi prima di essere ucciso», scrive Chinnici, « Mattarella fece un viaggio a Roma con due funzionari della regione per incontrarsi con il ministro interno [Rognoni, n.d.r.]. Al ritorno a Palermo Mattarella confida ai due funzionari: “Se qui si sapesse cosa ha detto il ministro mi ammazzerebbero”». Evidentemente deve essersi saputo cosa Rognoni disse a Mattarella, per noi resta l’ennesimo mistero italiano. Chinnici viene a conoscenza della notizia dai due funzionari, l’accaduto è inserito in un rapporto della polizia giudiziaria, ma dopo l’omicidio Mattarella sparisce. Il perché non si saprà mai, così come non si sa perché Chinnici scrive nel suo diario: «Se mi dovesse accadere qualcosa di grave, andate a sentire il giudice Francesco Scozzari e l’avvocato Paolo Seminara» [legale di fiducia della famiglia Salvo].

Il 9 luglio Falcone del 1983, in accordo con Chinnici, emette quattordici mandati di cattura per l’omicidio Dalla Chiesa, tra i più noti, Santapaola, Riina, Provenzano, i fratelli Greco.  Chinnici ha ragione, la regia è la stessa che decide di ucciderlo. La Corte d’appello di Caltanissetta, presieduta da Saetta infligge l’ergastolo a Michele e Salvatore Greco per la strage di Via Pipitone, ma ci penserà Corrado Carnevale a cancellare la sentenza in Cassazione. Mentre tra i livelli più bassi è coinvolto un libanese, Bou Chebel Ghassan, ricercato per traffico di droga a Milano ma ha contatti con il centro nazionale della Criminalpol, con il servizio centrale antidroga del ministero degli interni, con la guardia di finanza di Milano. Dopo l’omicidio di Chinnici, il sostituto procuratore di Caltanissetta Patané spicca un ordine di cattura contro il libanese, eppure era un uomo che informava i servizi segreti sul lavoro all’interno delle cosche. Il 10 luglio del 1983 informa la polizia palermitana che è in preparazione un clamoroso attentato, le vittime possono essere o l’alto commissario De Francesco o il giudice Falcone, invece il tritolo è destinato a Chinnici.

I processi per il delitto Chinnici sono stati numerosi e come sempre l’iter giudiziario è stato piuttosto lungo e complesso.

Il 4 agosto 1995 sono emessi dai giudici di Reggio Calabria avvisi di garanzia per l’ex ministro della difesa Salvo Andò, l’ex presidente della Regione siciliana Giuseppe Campione e l’ex presidente della Corte d’assise d’appello di Messina Beppe Recupero, che sarà rinviato a giudizio tre anni dopo, per le assoluzioni degli accusati della strage. Gli accusati erano Michele e Salvatore Greco, come mandanti, e Pietro Scarpisi e Vincenzo Morabito come esecutori. Il processo era stato celebrato a Messina dopo che la Cassazione aveva annullato le sentenze di condanna degli imputati nei processi svolti prima a Caltanissetta e poi a Catania. Andò e Campione sono accusati come corruttori per aver chiesto l’assoluzione su sollecitazione di un avvocato di Scarpisi; il giudice Recupero è accusato come corrotto e di avere preso 200 milioni. Campione smentisce e chiede di essere sentito dai magistrati.

11 giugno 1997 sono emessi 17 ordini di custodia per i presunti responsabili della strage. Si tratta dei vertici della cupola, come mandanti, e degli esecutori, tra cui Giovanni Brusca e Giovan Battista Ferrante che si sono autoaccusati.

Il 18 febbraio 1998 la Procura di Caltanissetta chiede il rinvio a giudizio per 20 persone tra cui componenti della cupola mafiosa, Giovanni Brusca e alcuni collaboratori di giustizia che si sono autoaccusati della partecipazione alla strage e hanno dichiarato che a volere la morte del giudice Chinnici erano stati i cugini Nino e Ignazio Salvo.

Il Tribunale di Reggio Calabria assolve Michele e Salvatore Greco, come mandanti, e Pietro Scarpisi e Vincenzo Morabito come esecutori della strage ma li condanna per associazione mafiosa.

Il 24 giugno 2002 la Corte d’appello di Caltanissetta conferma gli ergastoli per 12 componenti la cupola mafiosa ritenuti responsabili della strage, la sentenza conferma la tesi accusatoria, provata in dibattimento, secondo cui l’uccisione di Chinnici fu voluta dai cugini esattori Nino e Ignazio Salvo (entrambi deceduti, il primo per malattia, il secondo ucciso nel 1992) ed eseguita da Cosa Nostra.

Si è giunti ad una verità giudiziaria e per il nostro Paese è molto, chissà se abbiamo avuto tutta la verità o se ci sono stati altri mandanti al di sopra dei Salvo, come ha asserito il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca.

 

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