Peppino archiviato

”Gravi omissioni” ma il delitto Impastato va in archivio

impastato peppino radio autdi Aaron Pettinari
Le indagini su Subranni ed i poliziotti archiviate per prescrizione

Dietro alle indagini sul delitto di Peppino Impastato, militante di Dp assassinato a Cinisi il 9 maggio 1978, vi è stato “un contesto di gravi omissioni ed evidenti anomalie investigative”. A scriverlo è il gip di Palermo Walter Turturici che, come ha scritto questa mattina La Repubblica, ha archiviato le indagini con l’accusa di favoreggiamento nei confronti del generale dei carabinieri oggi in pensione, Antonio Subranni e con l’accusa di falso per i sottufficiali che all’epoca condussero la perquisizione a casa Impastato: Carmelo Canale, Francesco De Bono e Francesco Abramo.
Tutti sono ritenuti in qualche modo responsabili del depistaggio delle indagini che furono condotte nell’immediatezza dell’omicidio, così come ipotizzavano i pm Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene. La pista mafiosa, infatti, non fu presa in considerazione dai carabinieri, che tentarono, diversamente, di accreditare l’esponente di Lotta Continua come una persona instabile sul piano psichico. Il reato, però, è prescritto così il giudice non ha potuto far altro che archiviare. Le indagini furono riaperte concentrandosi proprio su due relazioni stilate dai carabinieri all’epoca dei fatti e consegnate dal comando provinciale dei carabinieri di Palermo nel 2000. In questi documenti si fa chiaro riferimento “all’elenco del materiale informalmente sequestrato in occasione del decesso di Impastato Giuseppe, nella di lui abitazione”.
Un termine, quel “sequestro informale”, che non esiste in nessun manuale di diritto italiano e che viene descritto anche nella relazione della Commissione parlamentare antimafia del dicembre 2000, diretta daRusso Spena.
La verità processuale sulla morte di Peppino, dopo ben tre inchieste, arrivò pochi anni dopo; nel 2001 con la condanna a 30 anni di Vito Palazzolo, autore materiale del delitto; nel 2002 con l’ergastolo per il boss Gaetano Badalamenti, il mandante.
Anche il Gip torna su quel “sequestro informale” di documenti. “Emerge da un atto ufficiale dell’Arma – scrive il giudice – E ciò è grave”. Evidenzia sempre il giudice come Subranni “aprioristicamente, incomprensibilmente, ingiustificatamente e frettolosamente escluse la pista mafiosa”, e in merito alle anomalie investigative le apostrofa come “vistose, se non macroscopiche”.
Perché l’allora maggiore Subranni mise in atto un tale operato? Una domanda che è rimasta aperta e che assume anche un peso ulteriore se si considera che lo scorso aprile l’ufficiale è stato condannato a 12 anni nel processo “Trattativa Stato-mafia”. Sempre tramite il giornale, oggi, il fratello di Impastato, Giovanni, chiede che sia restituito l’archivio sottratto dai carabinieri da casa di Peppino durante una perquisizione definita informale. “Nel nostro Codice – dice – non esiste questo genere di perquisizione”. E poi accusa: “Scompare un’altra verità. Subranni ha avuto responsabilità nella Trattativa e nella strage della casermetta di Alcamo del ’76”.

Dialogo Badalamenti
Nella relazione della Commissione antimafia si legge: “Giuseppe Impastato sfidò la mafia in un territorio in cui si era stabilito un sistema di relazioni tra segmenti degli apparati dello Stato e mafiosi molto potenti. Un sistema di relazioni che, in quegli anni, può essere rinvenuto anche in altri territori, teso, spesso illusoriamente, alla cattura, per via confidenziale, di alcuni capimafia, all’apporto che queste relazioni potevano dare ad alcuni filoni di indagine o, comunque, ad una pacifica convivenza per un tranquillo controllo della zona”. “È anche del tutto probabile – prosegue il documento – che Badalamenti (il capomafia di Cinisi, ndrabbia avuto dei rapporti confidenziali con i carabinieri in una zona alta, apicale, data la statura delinquenziale del capo mafia di Cinisi. È ancora tutto da scrivere il capitolo del rapporto tra mafiosi e forze dell’ordine. E quando lo si scriverà si potrà vedere che esso è popolato da notissimi capimafia i quali, agli occhi del popolo mafioso, vogliono apparire come i più fieri avversari della ‘sbirraglia’ ma in realtà con la ‘sbirraglia’ trattano, si accordano, fanno dei patti. Un doppio gioco. Per un lungo periodo storico la prassi dei rapporti confidenziali dei carabinieri e dei poliziotti con i mafiosi è stata un dato di fatto, anzi è stata il cuore di quelli che oggi vengono chiamati ‘colloqui investigativi’”. Oggi sappiamo che Badalamenti era il confidente del maresciallo Antonino Lombardo, che il 4 marzo 1995 si sparò un colpo di pistola nell’atrio della caserma Bonsignore di Palermo.
Anche quella vicenda, tra carte scomparse e lettere ritrovate, è assolutamente avvolta nel mistero. Ma questa è un’altra storia.

PUBBLICATO SU ANTIMAFIA DUEMILA

 

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