Musica e’….

  

maxresdefault  Non ha avuto molto successo, se non per pochi irriducibili il tentativo di richiamare in vita il  33 giri in vinile. Altri tempi. Era grande quanto una pizza, con i testi stampati nella copertina interna,  così che tutti  potevano cantarli andando dietro alla voce del disco, impararli a memoria, o quantomeno apprezzarli, quando erano brani di autentica poesia. Ogni tanto usciva anche il singolo con le due facciate, quella con il brano di successo, l’altra con  un brano d’accompagnamento, spesso più gradevole di quello di successo. Poi è venuto il cd, dimensioni quanto quelle del 45 giri, che conteneva i brani di un 33 , garantiva una fedeltà e una qualità del suono migliore, non produceva rumori d’uova fritte in sottofondo, magari ogni tanto a causa di qualche graffio, saltava, più o meno come il 33. Per ascoltarlo c’era il lettore laser, che ogni tanto si guastava anch’esso o che aveva bisogno di essere pulito, come il nastro puliscitestine. Già, il nastro delle cassette, dove si registrava di tutto, cancellando e sovrapponendo, con il rischio di trovarle smagnetizzate. E già a fare compilation, composizioni, copiando direttamente dal computer la musica che ci piaceva e che magari non potevamo comprare. Adesso anche i cd originali sono già in crisi. Il formato Mp3 ha reso immateriale il prodotto musicale cambiando i caratteri dell’industria discografica. Archiviamo le canzoni sul pc, le compriamo o le “catturiamo” online invece che in negozio, le ascoltiamo con l’iPod invece che con stereo e walkman. Per gli artisti i guadagni non provengono più dalla vendita dei dischi, ma dai concerti, dalla pubblicità, dai diritti d’autore, quelli richiesti dalla famigerata SIAE, con i suoi agenti rompiscatole che nel momento meno opportuno si presentano in un bar, in una sala, a un concertino o a un cineforum, a chiedere il pagamento, per l’uso della “proprietà intellettuale.

E se una volta l’attesa di un nuovo album era spasmodica, si  mettevano i soldi da parte  per il suo acquisto, adesso con un clic si ascolta un brano e, se non piace, un altro clic e via nel cestino. Non più attenzione nell’ascolto del pezzo, nella sua  riproposizione, non più rapporto affettivo legato a un’esperienza condivisa, ma solo espedienti e strategie commerciali di mercato legate a marchi, a mode di una stagione, a produzioni musicali  usa e getta, studiate  a tavolino. Magari con tanto di video che accompagna musica e parole, arricchendole di immagini. Il branding, per le grandi case discografiche, ha sostituito le capacità artistiche: ma il significato originario del termine si riferisce più al marchio, all’etichetta, che non all’”impressione”, al rimanere impresso nella memoria.  Meglio il nuovo talento musicale schiavo delle richieste del  pubblicitario di turno, che la creazione di grandi star, costose, troppo convinte del proprio valore, poco addomesticabili. E’ la molla del successo di trasmissioni dedicate alla scoperta di nuovi talenti, come X-Factor, o di poco riuscite imitazioni che sfruttano il successo di un pezzo rodato. Nuove strategie e vecchia storia: “Tu ci cedi tutti i diritti e noi faremo di te un divo da hit parade”

Le multinazionali della musica ufficialmente lamentano forti perdite, ma poi si autocongratulano per aver messo il bavaglio a qualsiasi produzione musicale fuori dal loro controllo o dal loro possesso. Senza di loro, senza un contratto con loro, un artista non ha possibilità di farsi ascoltare. E tuttavia c’è qualcosa che ancora, sul fondo di tutto ciò che è stato sommerso, resiste, si rivela più forte del brand, della gestione dell’immagine, e si ricongiunge con il  legame atavico che spinge l’uomo verso il ritmo, che lo getta tra le braccia della musica, che lo fa abbandonare e perdere in essa. Musica che non è un’espressione artistica da ascoltare passivamente, ma è vivere  un’ esperienza fisica totale, esaltarsi nella componente principale del rito, del ritmo che accompagna ogni evento della vita e può condurre all’estasi, esorcizzare i lutti macerare solitudini o superarle con lo stare insieme, con il muoversi, il ballare insieme. In alcune parti del mondo,  dove è ancora  presente il contatto diretto e immediato con la natura, dove non è arrivato il ritmo meccanico legato a gesti, a consumi, ad eccitazioni provocate,  la musica è l’espressione di ogni avvenimento, personale o sociale. Le minoranze riflettono in essa la loro specificità, basti ricordare quello che è stato il reggae e l’hip hop per le comunità nere di tutto il mondo. Un nome su tutti: Bob Marley. La  bandiera verde e gialla della Giamaica, non importa sapere dove si trova, si lega alla voce di quest’uomo straordinario e ribelle, al suo “No woman no cry”, donna, non piangere  o all’orgoglio  che egli trasmette quando canta: “Se esprimi un desiderio è perchè vedi cadere una stella, se vedi cadere una stella è perchè stai guardando il cielo, se guardi il cielo è perchè credi ancora in qualcosa”. Quando Bob cantava pochi credevano in lui, meno che mai le corporations della musica. Quando poi gli strumenti costavano troppo per i ragazzi neri d’America, ecco che  si fecero miracoli per ricominciare a protestare, informare, dire la propria, attraverso il potere della musica. Un’altra rivoluzione, l’hip hop, avrebbe gridato il dolore e la rabbia del periodo più combattuto dello scontro razziale Usa,  per non parlare delle lontane radici del jazz. La forza della musica è dirompente e non saranno certo pochi uomini in cravatta a fermare chi ha qualcosa da dire, non solo con le parole. In base a questa forza si affaccia, si nasconde, si riaffaccia su internet  lo spazio che più ha modificato la nostra relazione con la musica, la “people Revolution”. Una rivoluzione che non si lega all’inno patriottico, ma ai canti popolari, ai canti di lavoro, di dolore, alla voce che con pochi accordi narra dello sfruttamento, della violenza, della, guerra, della pace, della gioia, della tristezza, dei guasti della civiltà dei consumi. Perché con la musica è possibile esprimere tutto.  Anche associando parole e suoni che aprano “le porte” verso le emozioni più profonde. (S.V.)

 

(A parte alcune modifiche, l’articolo è stato pubblicato su Antimafia  Duemila il 4.12.2014)

 

 

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