Il mare a cavallo: uno spettacolo su Felicia

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IL MARE A CAVALLO

con Antonella Delli Gatti
drammaturgia originale 
Manlio Marinelli / regia Luca Bollero

disegno luci Antonio Stallone/costumi di scena Atelier Enrica Daidone
produzione TeatroContesto in collaborazione con Casa degli Alfieri/Toto

Giovedi 15 febbraio ore 19.30
Teatro Sociale di Biella
Piazza Martiri della Libertà, 2 Biella 

«Il mare a cavallo» dà voce a Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato, dilaniato da una bomba sulla ferrovia Trapani-Palermo il 9 maggio del 1978. Peppino è stato ucciso dalla mafia, che fin da subito cerca di depistare le indagini con l’accusa di terrorismo. Felicia non si dà pace, rifiuta la regola del silenzio che la vuole chiusa nel suo dolore e rompe con la famiglia del marito, sceglie di stare con i “compagni” di Peppino e si costituisce parte civile al processo per vedere riconosciuta l’innocenza del figlio e la colpevolezza dei suoi carnefici. Lo spettacolo prende avvio dai funerali di Felicia: dalla bara, mentre si svolgono le esequie, la donna guarda i compaesani e racconta nuovamente la sua vicenda, ora con passione, ora con un distacco che giunge quasi all’ironia. In scena Felicia si rivolge direttamente a noi, ma rivive anche i momenti salienti della sua storia: così lo spettatore entra in contatto con altri personaggi, che gli permettono di prendere viva coscienza di una storia di quarant’anni, ma attuale anche oggi.
Mafia, omertà, politica, famiglia, lo spettacolo tocca tutti i temi che ritornano con prepotenza nella vita civile odierna del nostro paese.

Guarda il promo: https://www.youtube.com/watch?v=JShR-waToP0

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Il mare a cavallo

Di Manlio Marinelli

 

(In scena l’attrice-Felicia sdraiata su una sedia)

‘Un vinnero, ‘un vinniru

Non sono venuti, no

Niente

Ma io me l’aspettavo

I Cinisara ‘i canusciu, l’haiu fradici in testa

I Cinisara

‘U sacciocomu su’

Non sono venuti al mio funerale?

E chi è?

‘Un vòserovèniri? Tanto piacere.

Picchì tanno

Quannu fu ri me’ figghio Giuseppe

Si sono visti?

No, niente

Finestre chiuse

Strade vacanti

Si scantavano, tannu

Si scantavano

Avevano paura

Certuni.

Dico certuni, non dico tutti

C’era chi aveva paura e c’era chi la paura la faceva

Certo

È come ti sto dicendo io

M’aviti a crìriri

È comu vi rico io

C’era chi scantava e c’era chi si scantava

Accussì

Come ti dico io

Ottantotto anni che li conosco a ‘sti beddi spicchi.

 

E poi c’erano pure i compagni di mio figlio Giuseppe

Certi erano ricca

Come ‘u professore Vitale

Chi ri tanno in poi

Ha stato sempre insieme a noi

A lottare.

Con me.

Con mio figlio Giovanni

Cu’ me’ nuora

Con i compagni di Palermo

Ca cca ci ricevano i Comunisti, i Comunisti

Accussì ci dicevano

Niente.

Intanto, per una mano

‘Sti comunisti la schiena non l’hanno piegata

Nossignore

No, non l’hanno piegata

E ora infatti a parlare davanti a me’ casa cu’ c’è?

‘U sindaco?

Cu’ c’è ‘u vescovo?

L’arciprete c’è?

Le dame di San Vincenzo?

Ma chi patate! C’è Umberto Santino e Anna Puglisi ru’ centro Impastato

E la mia bara chi la porta ora?

I parenti di mio marito? Le persone di rispetto? I mafiosi?

No, nossignore. ‘I picciotti  di Cinisi

Ca quannumurìo me’ figghio Giuseppe mancu avìanu nasciutu

Iddu con i compagni

Tutti comunisti, comu Peppino.

Finestre chiuse.

‘A verità ‘u lutto cittadino ‘u sindaco l’ha fatto fare

‘I cose giuste s’hanno a dire.

E s’apprisintò. ‘I cose giuste.

Ma ricinisioti

‘Un si ‘ntisi mancu ‘u rasto

Manco l’ombra, manco l’ombra.

Tale’, tale’

Chi su’ beddi

Tale’

Tale’ quello del negozio di alimentari davanti alla sua putìa che si fa il segno della croce quando passa la bara

Mischino, che dispiacere che ci sente

Mischino, è distrutto

Ma perché non chiudevi la putìa e venivi al funerale?

Nonsi

A tia chi ti interessa

E cu’ murìo? Quella che ha infamato Cinisi.

Per ciò!

Tale’ a quest’altro

Un altro segno della croce

Bravo bravo

Fatti ‘u segno ra cruci.

E chiddu cu’ è?

Ti canuscio a ttia

‘U saccio a cu’ appartieni

Fatti il segno della croce pure tu

Bravo bravo

Fatevi tutti la croce

Tale’ tale’

Tale’ chi su’ sapuriti

Tale’

È tutta una croce

Tutta una croce sopra

Metteteci una croce di sopra

Tanto oramai non ci potete dimenticare più

A me e ai miei figli non ci dimenticate più.

Fatevi tutte le croci che volete

Tanto io di qua oramai vedo tutte cose

Tutto vedo.

Ma sì.

Tanto iddi ‘un mi ponnu sèntiri cchiù

Non mi possono sentire più.

Ma parlare ho parlato.

Comu ti dico io.

Quando dovevo parlare ho parlato

Non mi sono stata zitta

Niente

Parlare ho parlato

E pure che oramai ‘un pozzo parlare cchiù

Quello che dovevo dire l’ho detto

La verità

Ed è come se stessi parlando ancora.

Pi’ chisto ‘un vòsero vèniri.

Pi’ chisto ‘un vòsero vèniri.

Si scantavano che mi susèvu ra bara e mi mettevo a parlare.

Sissignore.

Si scantavano che mi dovevano stare a sentire.

Stavolta.

 

Però l’amici

I compagni ci su’ tutti

Tutti sono venuti

Comu tanno

Come allora

Come quannuammazzaru a me’ figghiu Giuseppe

Tutti sono venuti

 

A mio figlio l’ha ammazzato la Mafia

Cioè

L’ha fatto ammazzare Gaetano Badalamenti

Tano Badalamenti

Che era amico di mio marito

E di tutta la sua famiglia di mafiosi.

Tutti amici erano

Mio marito, ‘u zu’ Tano Badalamenti e il fratello di mio marito

Sputafuoco, come era nominato.

Tutti amici.

Niente.

‘U ficiro saltare con una carica di tritolo

A Peppino

Accussì

E di mio figlio non è rimasto niente

Un pezzo ricca

Un pezzo ddabbanna

Un piede

‘U vrazzu.

‘U pigghiaro, ci rettero tanto di legnate ca ci ficiro affacciare puro l’occhi

Lo sdivacarono sopra alla ferrovia

E ‘u ficiro satàre nt’alla aria.

Niente.

Ma ti pare che fu facile farci dire la verità?

Dovevi sentirli i carabinieri all’inizio che dicevano che Peppino era un terrorista e che voleva fare saltare in aria la ferrovia.

(Diventa il carabiniere)

Ma che depistaggi! Ma che insabbiamenti! Qui l’unica sabbia è quella di questo meraviglioso mare.

Basta che c’è ‘sto sole

Che c’è rimasto ‘o mare

‘Na nenna a core a core

‘Na canzone pe’ canta’

Questo Impastato era un sovversivo, era un comunista, era un terrorista, era un grandissimo scassaminchia. Tale’, tale’ che c’è qua (legge il verbale): “oggi, 9 maggio 1978, verse le ore una, sulla linea ferroviaria PA-TP […] è stato fatto esplodere un ordigno esplosivo di elevata potenza che ha tranciato e divelto un tratto di binari ed ha causato la morte di Impastato Giuseppe fu Luigi e di Bartolotta Felicia, nato a Cinisi il 5-1-1948 […] celibe, studente universitario FUORI CORSO, NULLAFACENTE.”Hai capito? Nullafacente. E studente. E invece di mettere le bombe perché non se ne stava in casa a studiare, a prendersi una laurea, a maritarsi con una brava ragazza, invece di essere celibe, studente, nullafacente e terrorista. Ma niente! Iddu faceva ‘a politica, la politica. La mafia, la mafia! Ma dov’è la mafia a Cinisi?! dove?!! Qui abbiamo soltanto questo meraviglioso mare, questa meravigliosa spiaggia, questa sabbia finafina-taliassi, taliassi chi fina ‘sta sabbia- questo bellissimo aeroporto sul mare. Ricca ‘u mare e ridda ‘a montagna. Mare, montagna, aereo. Così i forestieri arrivano e vedono subito le meraviglie di questa terra di Sicilia. Sempre che riescono ad atterrare. E ‘stu Impastato, invece di andare a mare tra la sabbia fina fina (e le cane di bambù), a farsi il bagno, a prendersi il sole, se ne andava campagna campagna a mettere le bombe di tritolo. Tritolo. Ma uno così non è un terrorista? Terrorista, comunista, studente, celibe, nullafacente. Hai capito? Poi vennero nnimmia l’avutri comunisti, i compagni, ad atturrarmi la minchia. I compagni. Chisti hanno trent’anni e hanno ancora i compagni, come i picciotteddi delle elementari. ‘U capisti? vengono nnimmia e mi diciuno, dice: “A Peppino l’hanno ammazzato”. “E chi?”. “La mafia”. “La mafia? Ma che cosa è ‘sta mafia? Cu’ è la mafia? La mafia non esiste e comunque a Cinisi non ce n’è”. Impastato Giuseppe, celibe, studente, nullafacente, si è fatto saltare in aria perchè era andato a fare un attentato terroristico. Dicono questi, mi fa, dicono: “ma veda che nella casetta cantoniera accanto alla ferrovia, hanno trovato sangue”. ‘Un saccio cui, dice ‘a cognata. ‘A cognata? Ma picchì ‘un si nni sta ‘a casa a fare la calzetta, la cognata? Buh. Ma iddi dicono accussì. Ma sono alcuni facinorosi, comunisti e cornuti. (Pausa). Effettivamente, c’era del sangue nella casa, non dico di no, ma è perché le coppiette si appartano in loco per fare la fuitina e si sa che la prima volta ‘a fimmina, nel rapporto carnale, perde il sangue. Si sa. Solo i comunisti non lo sanno perché sono tutti arrusi. Ci sono altri facinorosi che dicono che però si sono trovate delle pietre sporche di sangue, dentro sempre a ‘sta cazzissima casa cantoniera. Facinorosi e grandissimi cornuti. Effettivamente si sono trovate delle pietre sporche di sangue. Il fatto è che nella casa sono stati rinvenuti anche numerosi assorbenti onde per cui si spiegano le tracce di sangue sopra le pietre. Ci sono sempre gli stessi facinorosi però che dicono che gli assorbenti rinvenuti erano panni di bambino e non assorbenti intimi da donna. Becchi e cornuti. Effettivamente i pannolini trovati erano quelli che di un picciriddo che aveva fatto la cacca. E che sente dire? Se c’erano quelli da bambino ci potevano benissimo essere quelli da donna onde per cui ecco spiegate le cosiddette tracce di sangue nella cosiddetta minchissima casa cantoniera accanto al luogo del delitto. Ma ci sono ancora alcuni altri facinorosi che dicono che non abbiamo seguito la pista del tritolo che doveva venire dalle cave vicino, da cui se lo sarebbero procuratoi mafiosi. Grandissimi becchi e cornutissimi. La pista. Effettivamente non abbiamo verificato la provenienza dell’esplosivo. Ma perché dovevamo andare ad inquietare della gente onesta, quando avevamo tra le mani uno studente, celibe, nullafacente e comunista. O comunque quello che ne restava.

Basta che c’è ‘sto sole

Che c’è rimasto ‘o mare

‘Na nenna a core a core

‘Na canzone pe’ canta’

Chi ha avuto ha avuto ha avuto

Chi ha dato ha dato ha dato

Scurdammoce ‘o passato

Simmo ‘e Napulepaisa’

Ma mio figlio non era un terrorista

Nonsi

Pure che ci volevano mettere questa camicia

Io c’ ‘u rissi subito che non era un terrorista

No

Iddu mancu una pistola aveva

Le armi proprio non le voleva vedere manco di lontano

Iddu era fatto in questa maniera

No, niente

Come ti rico io

Armi niente mio figlio Giuseppe.

Mia nipote ce l’aveva detto di starsi accura

Di pigliarsi un’arma.

Ma iddu niente

Ricca ci traseva e ricca ci niscieva

Niente

Unne voliva mancu sèntiri parlare.

Io pure ce lo dicevo

Dopo camurìo me’ marito

Figlio, pigliati una pistola, figlio.

No, niente.

Diceva: “quando mi ammazzano si fanno colpevoli”

Niente.

E accussì l’ammazzaro mancu fussi na bestia

A colpi di pietra

A curpi ‘i petra.

Ma iddi ‘un vòsero sèntiri niente

Dice: “Impastato Giuseppe, studente, celibe, nullafacente, terrorista”.

Ma a mmia

Il 9 maggio 1978

Il giorno dopo che ammazzarono a Peppino

Pure il necroforo del comune me lo disse

“Signora Felicia, io venni per recuperare al corpo di Giuseppe, ma non ho trovato niente, niente. Un pezzo di piede, un pezz’ ‘i pere, quattro stracci spardati e queste pietre, queste pietre insanguinate. Io un nu saccio ri cu’ è ‘stusangu. U nnu sacciu”.

Cu’ chistipetre l’ammazzaru

‘U figghiu meu

A curpi ‘i petra

‘Stu figghiu

‘Stu figghiu onesto e pulito

A chisto giglio

Povero figlio

Cu’ chisti petri

Iddu chi era immacolato e giglio

‘U scannaro

‘U tincero di rosso e vermiglio

E mi vennero a tuppuliare compagni e amici

Mi vennero a tuppuliari

“Matri, matri,

Accurri matri ‘u figghiu tuo è perso

È perso ‘u figghiu

E non c’è verso di trovarlo

Non c’è verso

Di incocciarlo

Puro che sapimo unni l’ammazzaro

Non c’è verso

Picchì ‘u scannaro come a un porco

E puro chi circamo susu e iusu

Non c’è corpo”.

Lu corpo bianco del morto

‘U spardaro a brani e a pezzi

Arristaru solo pietre rosse

‘Sti pietre rosse

U figghiu

‘U ficiro a stracci, ‘u ficiro a pezzi

Il corpo bianco lo fecero niente

E io a cu’ haiu a chianciri

Niente

Non ho niente di piangere

Piango un quadro

Piango un sogno.

E ‘u vìudda

Rintra a chidda stanza

‘U figghiu, e poi niscìo

E io

Io

Io

Chi posso sapere

Io?

Lo fermarono in due, in tre

Tre dovevano essere

Armati

Che posso sapere io?

“Matrimatri le pietre sono insanguinate

Del sangue vermiglio di ‘sto figlio

Che si è perso al vespro

Al vespro si è disperso”

Ci ficiro male

Lo portarono ddassutta

Lo pigliarono a pietrate

‘U stinnicchiarono sopra a lu tritolo

E poi

Figlio

Povero figlio

Che cosa è rimasto di te, figlio?

Quattro pietre lorde di sangue

Ammucciate nelle casce dell’archivio giudiziario.

Niente.

Ma io non mi sono canziata

No

Nossignore

Non mi sono messa di lato.

Al funerale di Peppino venne il fratello di mio marito

Peppino Sputafuoco

Così era nominato

Che da lupo si era fatto agnello

Sissignore

Come ti dico io

Prima faceva la spia per Tano Badalamenti

Tanno

Quando mio marito era ancora vivo

Camora era tutto manso, era.

Piglia e fa

“Stai attenta, stai, stai attenta, che ti è rimasto solo a tuo figlio Giovanni, uno, di due che ne avevi ancora, uno solo, stai attenta a Giovanni. E attenta a te stessa perché ad astutare una candela non ci stanno niente. Proprio. Chi te lo fa fare? Lo vedi che fine fici Peppino, una candela siamo, una candela”

Accussì faceva

Il buono

Faceva quello che dà il buon consiglio

Davanti alla bara di legno vacante

Dove c’era l’ombra dell’ombra del figlio.

Si sentiva chi avìa vinto iddu e l’amico suo Badalamenti.

Ma nnaddu momento spuntò mia nipote Maria

Tutta precipitosa

Tutta affannosa

Piglia e dice

 

Ah Felicia. Veni cca.Talìa talìa ddaffora, c’è un mare di gente, un mare di gente e ce n’è ancora un altro che stanno venendo. Felicia, i compagni di Peppino, Felicia, i compagni, da Palermo sono venuti: beddamatri quanti ci nn’è. Maria Mari’, quanti ce ne sono! Ci vorrebbero quattro occhi di soverchio per vederli tutti. È un fiume, ma che dico? Un mare”.

 

E iddu

Peppino Sputafuoco

‘U frati ‘i me’ marito

Come ‘ntisi chi fuori c’erano i compagni di mio figlio Giuseppe

Fici ‘a morte ru surci, fici.

Sbiancò, bianco bianco era

Ci addiventarono i guance viola, comu una milanciana, accussì

Si fici nicu nicu, agnune

In un angolo della stanza

Nico nico

E la bocca da che era che parlava e straparlava

Si fici siccaaaaaa

La bocca sicca sicca

Accussì faceva, tipo pisci

‘Un poteva parlare cchiù

Approvava

Ma ‘un ci n nisciva ‘u ciato

‘U funerale pareva ca ci ‘u stavano facennu a iddu

E ci dice a mia nuora

“Felicetta, ‘un ti siddiare figghia mia, un bicchiere d’acqua me lo favorisci”

Per una mano era l’affronto di tutti ddi comunisti

Che tanti comunisti tutti nsemmula a Cinisi ‘un s’aviano vistu mai

E poi

Si scantava che qualcheduno ci scassava la testa.

Ma io

Ai parenti di mio marito

A me’ casa

Unni vosi cchiù

No niente

Completamente

Niente

No

Non li ho voluti più

Che se si fanno vivi li piglio a colpi di sedia

Come ti dico io.

Io mio marito

Me lo sono preso di mia volontà

‘U vosi io.

Io m’avìa a maritari con un altro picciotto

Ma a mmiachisto ‘un mi piaceva

Accussì ci rissi a mio padre

Io a chisto ‘un m’ ‘u pigghio.

Ti pare che è come ora

Ca si pigghiano, si lassano e fanno comu ci pare a iddi

No, niente.

Io a ‘stu ragazzo si può dire che non lo conoscevo

E così pure che avevano fatto inviti, corredo e pubblicazioni

Mannai tutte cose ‘nta all’aria.

Ci dissi a mio padre

Dicci che non prova a toccarmi

Perché io denuncio a tutti ai carabinieri

Così

Come ti dico io

Mi nnivaiu alla caserma e denuncio tutte cose.

Picchì tanno si usava così

Si faceva la fujtina poi, a ddu punto, eri compromessa.

Ti dovevi pigliare al primo canazzo di bancata.

No, niente.

Io mi pigliai a mio marito.

Dice, ma che fa non lo sapevi che era mafioso?

Dice, non lo sapevi che era cognato a Don Cesare Manzella

Il boss di Cinisi

Il capo dei mafiosi

Che fa non lo sapevi che era amico di Badalamenti?

Io Cesare Manzella non lo sapevo bene chi era

Lo conoscevo

In paese si conoscono tutti

Ma che dovevo capire? Io ero una picciottedda. Avevo fatto fino alla quarta elementare che    allora a Cinisi questa scuola media non c’era.

I fimmini non è che erano coinvolte in tutti i discorsi.

Non capivo.

Manzella, Impastato, Badalamenti…

Badalamenti era un vaccaro!

Ma comu mi maritai

Lo so solo io quello che ho passato

Il mare a cavallo ho passato

Comu ti dico io.

Ti pare che lui ti dava qualche sazio, qualche soddisfazione

Niente

Io non sapevo niente

Dava i soldi ai parenti

E io non sapevo niente

Comprava, vendeva, nisciva, tornava

Io non sapevo mai niente

E pure i miei soldi s’avìa pigghiato

 

“Che devi fare con questi quattro lire che ti ha fatto tuo fratello nel libretto. Rammìlle a mmia che li mettiamo tutti insieme con i mia, anzi meglio è, che i piccioli più sono meglio è”.

 

Niente.

Chi t’ha diri, accussì si manciò pure i miei piccioli.

E che dovevo fare? Ero sola

Morì pure mio fratello.

Ma a me non mi interessava

Pure che dicevano che ero tinta

Ci rissi, a me’ casa i tuoi amici non ce li devi portare

Fuori

Fuori

Vedili

E quanno ittò fuora a mio figlio Giuseppe per il fatto della radio

Come ‘u padre usciva io facevo entrare a Peppino.

Ma iddu cu’ so’ figghio non ce la sapeva

Se lui ci aveva detto ai mafiosi

“Fatevi i fatti vostri, che per mio figlio ci penso io”

Non si arrivava a questo punto.

Con mio figlio lavorarono pacifici per ammazzarlo, picchì suo padre lo ittò fora.

Ma Peppino niente

Più si andava avanti e più parlava.

Iddu

Non era un cannavazzo, che si faceva mettere sotto i piedi.

L’ingiustizia non la sopportava. Iddu era accussì.

(Voce di Peppino presa da una delle trasmissioni)

 

Com’è che ‘stu Badalamenti addiventò potente?

Era successo che tanno a Cesare Manzella ‘u ficirosatarenta all’aria

Perché lui stava con Luciano Liggio

E stava salendo una mafia nuova

C’era il fatto della droga e Badalamenti si fici i bagni

I miliardi si ficiiddu e chiddira so’ razza.

E mio figlio Giuseppe li denunziava

Ci metteva la sputazza nella nasca

E a Badalamenti ci acchianava la nervatura

Mio marito ci diceva

“La devi finire!”

Ma finché fu vivo lui a Giuseppe non l’hanno toccato.

Poi morì investito da una macchina e manco un anno dopo ammazzarono a Peppino.

E io ci rissi a me’ figghio Giovanni e a mia nuora

Io a chisti non li voglio vedere più,

Como vede a uno della famiglia

Ci rugnu un curp’ ‘i seggia

Niente completamente.

 

Ma perché, dopo che ammazzarono a Peppino non mi è apparso in sogno Don Cesare Manzella?

 

“Ora chianci? Ora ti disperi? E ci dovevi pensare prima, Felicia, prima ci dovevi pensare. Chianci. Chi chianci? ‘A malva! Tu pensi ch’ ‘un ci curpi niente si dd’ammazzaru a Peppino? Niente ci curpi? E invece sì, invece sì. Lassa ire, Felicia, ci curpi ci curpi. Picchìfacisti un figghio testardo e vinciusucomu a ttia, vinciusa, vinciusa sei, Felicia, vinciusa e testarda. Si’ tinta. Tuo figlio era tinto e vinciuso come te. Ora chianci l’eroe, ‘u martire chianci. Ma se non era vinciusu a quest’ora  era ancora qua, ancora nella sua stanza a leggere i libri ri poeti comunisti? E invece…alla fine, Felicia, io e Peppino ‘un simo ‘a stissa cosa? Sì, ‘a stissa cosa. Sono saltato in aria io ed è saltato in aria lui. La stessa morte, lo stesso tritolo. Tutta ‘sta cosa contro la mafiachi appi iddu e tutti i comunisti come a lui e poi ficimo ‘a stissa morte. La differenza dov’è, Felicia? La differenza qual è: ‘un simo gli stessi precisi identici? Ah, Felicia, a cu’ chianci? Ma quale eroe? ‘Un simo gli stessi identici precisi?”

 

No.

‘Un siti a stissa cosa

Non avete fatto la stessa morte.

Per essere martiri non basta morire scannati.

 

All’inizio io non volevo parlare

‘A verità devo dire

Mi scantavo pi’ me’ figghio Giovanni

Ma iddu si intestò

Si è intestato, mi portò pure gli avvocati in casa.

Che vuoi figlio mio? Allora ci rissi

Si amu a parlare, parlo io

Parlo io chi sugnu la matri

Sugnu vicchiaredda e ‘un mi ponno fare niente.

E accussìaccominciarono a uscire tutte le prove nuove

Quelle che in principio volevano nascondere.

E allora abbiamo fatto tante testimonianze

Davanti a Chinnici nel ‘78

E poi nell’86 davanti a Caponnetto, Borsellino e Sciacchitano.

Galantuomini.

Infatti chi fine ficero?

E io cu’ chisti galantuomini ci ho parlato

Ma ti pare che fu facile?

Facile? Ma chi patate!

Tutti mi dicevano, lassa ire

Lascia stare

Pensa a Giovanni

Ora puro chisto si mise a fare politica

‘Un t’abbastava ‘u granne

Ora puro ‘u nico

Vedi che il paese è piccolo e Badalamenti è grande.

Io mi innervosivo.

Mi acchianava il nervoso

Un’ansia, un’angoscia

Che dovevano venire mia sorella e mia cugina a darmi compagnia

Vasinnò…che ti devo dire?

Troppi fantasmi

Troppi.

E mi scoraggiavano

Lassa ire

Lassa stare

Niente

Completamente.

Una volta una mi disse, dice

“Perché non ti fai sorella di San Vincenzo, accussì ci vai a fare visita ai malati, ci dai conforto”

Ma io che devo andare facendo cu’ ‘sti malati?

Che devo andare visitando?

I malati, prego per loro

Ma io haiu u me’ chi fari.

Le sorelle di San Vincenzo, t’ ‘u ‘mmagini?

Certo che mio figlio Giuseppe non ne voleva sentire parlare di chiesa

Come sentiva chiesa s’abbiliava

La verità

Come ti dico io

Lo dovevi sentire DC=MAFIA

No, io non è che dico che la chiesa è mafiosa, questo no.

Veramente, no.

Però quando ci hanno detto all’arciprete

Ma perché non parla in chiesa della mafia?

Piglia e rispose

“Ma perché qui c’è la mafia?”.

Ma ti pare una cosa da dire a una che ci hanno ammazzato il figlio?

Io oramai sono in viaggio e non sento rancore per nessuno

Ma non era cosa di staccarci la testa?

E questo?

Altro che parlare di mafia in chiesa

No, niente

Completamente.

Ma poi quanno ammazzaro a Nino Badalamenti

Non passava mese che non ci doveva dire una messa.

Lasciava tutte cose

Pure che doveva battezzare a un picciriddo

Pure che si dovevano maritare Renzo Tramaglino e Lucia Mondella

Iddu ‘i lassava in tridici per dirci la messa a Nino Badalamenti.

Io non dico che è mafioso

‘Nsamaddio

Ma amico dei mafiosi sì!

Dice, ma non è che sono tutti così

Chisto è ‘u parrino della matrice

Ma c’è anche l’altro.

Beddu!

Secondo lui la mafia non si deve manco nominare

Niente

Quannnu la mafia l’hanno ddoco rintra

Come ti dico io

Ddocorintra l’hanno.

I mafiosi su’ tutti confratelli

Mio cognato Cesare Manzella non era nella Confraternita dell’Immacolata?

E Sputafuoco e Nino Badalamenti?

Si ficiro tutti fratelli e niscivano per la processione con la candela nella mano.

E vedi che bella confraternita.

Cesare Manzella si nn’ìo nfino all’America a raccogliere i soldi per le monache.

‘U viri che devoto

Devoto alla mafia apostolica

E la chiesa se li pigliò ‘sti soldi

E tu credi che se lo sono domandati di dove venivano ‘sti piccioli?

No

Niente

Se li pigliarono e poi facevano votare per la DC.

Mio figlio non credeva.

Ma io sì.

Io sono credente.

Ma io credo che c’è Dio

A questo credo

All’arciprete non ci credo

Niente

Completamente

La preghiera per mio figlio la dico io

Che cosa ci può dire di più questo arciprete a mio figlio?

Che cosa ci può dire questo che se la fa con i Badalamenti?

Niente ci può dire

Comu ti dico io.

Niente.

 

E io mi sono fatta forza

Con l’aiuto dei compagni di Palermo

Abbiamo raccolto le prove

Una ad una ed ogni prova

Non lo so

Mi pareva che era un pezzo del corpo di Giuseppe

Un pezzo del corpo che lo trovavamo e lo rimettevamo al posto suo

Lassa ire, lassa ire

Accussì mi dicevano

Ma io

Questo sazio non gliel’ho dato

Io cinque giorni dopo che avevano ammazzato a Peppino

Cinque giorni

Sono uscita con mia sorella Fara

E me ne sono andata al seggio elettorale

A votare per Peppino me ne sono andata

Picchì iddu s’avìa purtato alle elezioni con Democrazia Proletaria

E io mi nni ivu ‘u seggio a darci il voto

Sissignore

E puro me’ soro

Che pi’ idda Peppino era come un figlio.

E comu mi taliavano i cristiani, ca ci pareva a iddi ca mi nni avìa a stare a casa

Per il lutto.

C’erano due mafiosi davanti al seggio che facevano i bellimbusti

E vennero a farmi le condoglianze

Hai capito quantu su’ cani

Quantu su’ debboli e giuda.

Ma io ci voltai le spalle e me ne sono andata per la mia strada.

E ho votato per Giuseppe

Lui non c’era più

Ma io il suo nome l’ho messo dentro all’urna

Come che così era ancora vivo

E i compagni accussì dicevano

Peppino vive.

 

Amici vicini ne ho avuti

Le cose giuste

Ne ho avuti

Come il professore Vitale

Che era amico di Peppino

Quannu erano picciotti

E che si è fatto una posizione.

Lui sempre mi veniva a trovare

Quannuviriva a iddu era come se vedessi a mio figlio

Accussì.

Iddu passava nnimmia

E parlavamo

Di tutte cose

Di quello che succedeva in paese

Del processo per mio figlio Giuseppe

Di tutte cose

Lui veniva

Mi informava

Un amico.

E quando ammazzavano un mafioso

Brindavamo

Brindavamo

Io avevo una bottiglia di amaretto

E quannu s’ammazzavano tra iddi stissi brindavamo

“Signora Felicia i Corleonesi hanno ammazzato a Nino Badalamenti”

Bonu ficiro appi chidduca si meritava, brindiamo Salvuccio

“Signora, a Parrineddu s’asciucaro”

A Parrineddu? Pace all’anima sua ma gran cornuto che era.

Brindiamo!

“Signora Felicia, ammazzarono a Leonardo Galante”

E comu fu?

“Ci spararono al cuore”

E tantuchiddu cuore ‘unnavìa, brindiamo Salvo

“Badalamenti!”

Badalamenti cui

“Natale”

E buona Pasqua, brindiamo

“Leonardo Rimi”

Mischinu, come mi dispiace. Salvo, ci vuole un bicchiere per tirarsi su

Brindiamo!

“Hanno arrestato a Lipari”

Vero? Mischinazzo e ora chi fa tutta ‘a irnata ‘nzirragghiato ddoco rintra?

Salvu’ mandaci le poesie di Peppino, almeno si passa ‘u tempo.

“Hanno arrestato a Gaetano Badalamenti”

A Tano seduto? Brindiamo, Salvo, brindiamo questa è una notizia troppo bellissima!! Troppo troppo.

“Mamma Felicia”

Chi è Salvo?

“È morto”

Cui?

“Tano Badalamenti, è morto”

Sì, ‘u saccio, lo sapevo già

Signora, ne è rimasto amaretto per un brindisi?”

Figghio mio, quannu ‘ntisi ca ddu porcu avìa murutu, me lo sono bevuto tutto!!!

 

Finestre chiuse

E negozi aperti

Niente

Accussì

Io oramai sono in viaggio

Ma ce n’è strada da fare

Come ti dico io

Non abbiamo finito

No

Non abbiamo finito.

Ma picchì non volevano seppellire Tano Badalamenti a Cinisi?

Vero dico

Al cimitero di Cinisi

Nella cappella accanto alla tomba di Peppino.

Ma io ci rissi

Mi dovete passare di sopra, ma chistu a llato a me’ figghiu non lo voglio

Dice, ma oramai è morto

I morti sono morti

I morti su’ tutti ‘i stissi

Sono tutti uguali

No

Non sono tutti uguali i morti

C’è morto e morto

Una cosa è un eroe che muore

E una cosa è una carogna

Non basta morire

No

Non basta morire per essere un uomo

Non basta morire

Tutti moriamo

Troppo comodo è

È la vita che conta

E se in vita sei stato un porco

Dopo che muori

Sempre un porco sei

Un porco morto ma sempre un porco

‘U vonno interrare?

‘U portassero ‘n’atra banna

Qua

Vicino a mio figlio Giuseppe non ce lo voglio

Io li sento ‘i genti che parlano

Dice Felicia è tinta

Ddu cristiano murìo e idda manco ora camurìo lo perdona

Ma chi ci devo perdonare?

Pi’ mmia ‘u ponno ittare nn’a munnizza

A mmia ‘sta fissazione per il perdono mi pare ‘na pigghiata pi fissa

‘Sti animali ponno fare come ci pare a iddi

Tanto poi li dobbiamo perdonare.

Io non perdono a nessuno.

Io non dico che non li devono seppellire

Ma non a lato a mio figlio Giuseppe

Tano Badalamenti a Cinisi non ce lo voglio

Tanto poi ci pensa l’arciprete a dirci la messa.

Dice, ma chista è vendetta

No

Non è vero

Non è così

Completamente

Vendetta è chidda ri mafiusa

Se io dopo che hanno ammazzato a mio figlio

Mi rivolgevo alla famiglia Impastato

Questa era vendetta

Se io ci dicevo a Sputafuoco

Pensateci voi

Chista è vendetta

Ma io mi sono costituita parte civile

Io sono andata a parlare con il giudice Chinnici

E a ‘sta minuzzagghia ‘a ittavu fora ra me’ casa

Questa non è vendetta

No

Questa è giustiza

La vendetta si accompagna col perdono

La giustizia si accompagna con la condanna

E io

Quando hanno condannato a Gaetano Badalamenti

Finalmente ho sentito la pace

Dentro di me ho sentito la pace

Perché finalmente dopo 24 anni

Ho avuto giustizia.

Lo studente, celibe, nullafacente

Ha avuto giustizia

E noialtri insieme a lui.

Certo poi le cose giuste si devono dire

Quando è morto Badalamenti

Dentro di me ci ho sentito un prio!

Ci ho sentito un piacere che non ti dico.

Dice, si’ tinta

E può essere che sono tinta

Io e mio figlio Giovanni

Tinti tutti e due

Ora però nella cappella della sua famiglia il corpo non c’è

E questa cappella è in rovina

Sta cadendo in terra

Nella mia cappella

Pure che l’hanno voluto cancellare in mille pezzettini

Peppino c’è.

Oramai non ci può scordare più nessuno.

Quello che dovevamo dire

L’abbiamo detto

E pure che siamo morti

Continuiamo a parlare.

Finestre chiuse

Negozi aperti

Dice, non è cambiato niente

Nonsi

Tutto

Tutto è cambiato

Comu ti dico io

Tutte cose sono cambiate

Tutte cose

Iddi hanno le finestre chiuse

E io ho le porte aperte

Le porte aperte

Tutti chiddicavonnovènirinnimmia

Io tutti li ho accolti

Una parola per tutti

Perché le cose si devono sapere

E ‘i parole su’ petre

Accussì è

Tutto si deve raccontare

A parlare con me sono venuti gli onorevoli, il segretario dei comunisti, i giudici, i picciotti delle   scuole

Dopo che fecero il film poi

Non ti dico

Tutti a me’ casa

Ma io

Porte aperte

Aria aria

Aria pulita

Pure adesso che è finita l’ho detto a mio figlio Giovanni

Dobbiamo tenere alta la memoria di Peppino

E si deve parlare

Parlare

Senza arrendersi mai

Picchì i cosi canciano

Non è vero che non cambia niente

Cambiano le cose

E le finestre che oggi sono chiuse un giorno si apriranno.

Lo so io l’inferno che ho passato

Io il mare a cavallo ho passato

Ma la testa non l’abbiamo calata

Né io né i miei figli

Il mare a cavallo.

FINE

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