Fare presto (e bene) perché si muore di pregiudizi. Danilo Dolci per cambiare il presente

Si sbaglia chi crede di poter indurre cambiamenti “a forza di legge” senza passare dalla relazione educativa. Ma è una scorciatoia che produce uomini-massa incapaci di soggettività e di autodeterminazione. Occorre, con urgenza – e Danilo Dolci è stato un maestro in questa pratica – educare, senza nascondere l’assurdo ch’è nel mondo

Marcia Della Protesta E Della Speranza Per La Pace E Per Lo Sviluppo Socio Economico Della Sicilia Occidentale

Sporco Sud

Le affermazioni imprudenti e insinuanti del ministro Bussetti rilasciate qualche settimana fa sulla necessità di un maggiore impegno da parte degli insegnanti del Sud, lasciano trasparire un idea ricorrente che attraversa ancora oggi le menti di molti italiani: le differenze tra Nord e Sud del paese derivano sostanzialmente da una mancanza di volontà da parte della popolazione del Sud, una popolazione composta prevalentemente da ignoranti, fannulloni, sporchi e mafiosi.

Credete che servirebbe a qualcosa produrre voluminose argomentazioni per smontare questi pregiudizi? Non sono forse le menti colpite dal pregiudizio e dai falsi concetti impermeabili soprattutto alle argomentazioni? Mi rifiuto di controbattere colpo su colpo a queste affermazioni perché si tratta – purtroppo- di una forma mentis così socialmente diffusa che ogni sforzo in questa direzione appare vano e infruttuoso.

La frattura – e non divario, che è termine che nasconde la sofferenza – tra Mezzogiorno e Centro Nord del Paese si fa sempre più grave (Il rapporto Svimez 2018 ci aveva avvertito del fatto che “dopo una fase di ripresa in cui il Mezzogiorno era riuscito a tenere il passo del Centro-Nord, la riapertura del divario di crescita con il resto del Paese, nel quadro di un già significativo rallentamento dell’economia nazionale”) e in questa ferita s’innestano i virus più tremendi: il pregiudizio, la mistificazione, la diffidenza. Non ho antidoti per tutto questo e tanto meno formule magiche da proporre. Quando alla complessità delle cause storiche, economiche, ambientali, sociali, educative, morali, si contrappone la formula semplice che tutto comprende e tutto risolve non è più un campo sul quale si può giocare una partita. Mi dichiaro sconfitto in partenza e accetto l’inaccettabile: il Sud è così perché vuole essere così.

In questo clima di rinnovato attacco al Mezzogiorno, torno a rileggere le pagine che ci ha lasciato Danilo Dolci che con la sua azione trasformatrice ha permesso di approfondire cause e ragioni dell’arretratezza di alcune zone del nostro Paese e ha proposto un metodo per superarle (mentre chi è armato di pregiudizi non offre mai nessuna soluzione).

Due libri mi permettono di tornare a ragionare con vigore sul pensiero-azione di Dolci.

Sul filo della memoria

Il primo è stato scritto da Giuseppe Casarrubea, Piantare uomini. Danilo Dolci sul filo della memoria, Castelvecchi, Roma 2014. Libro molto intenso in cui s’ intrecciano i ricordi personali dello storico di Partinico (autore del libro Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, che gli costò un processo dal quale fu assolto) e che è giocato tutto “sul filo di una memoria” che da quella personale si espande fino a diventare memoria collettiva. Casarrubea, che ha vissuto e lavorato con Dolci, ci presenta le tappe evolutive del pensiero-azione di Dolci inserendo aneddoti, frammenti di memoria e riflessioni profonde.

Secondo Casarrubea per Dolci: “L’idea attrattiva centrale è il neoumanesimo collettivo segnato da nuove relazioni costruttive di natura interconfessionale e laica, capace di generare micro e macro-gruppi alternativi alle logiche di morte e di violenza verso le quali si muove il mondo di quegli anni dominato dalla Guerra Fredda. Questa idea può essere perseguita non attraverso l’istituzionalizzazione, ma mediante un modo diverso di esistere. Il suo sviluppo coerente sarà, in tempi più vicini a noi, il mutamento di modelli imperanti quali la globalizzazione dell’indifferenza, del consumismo, della monetarizzazione della vita, o la degenerazione della qualità delle risorse” (p. 60). Sembra incredibile oggi, la qualità e quantità di persone che hanno affiancato Dolci nel suo cammino.

Con la sua azione era riuscito a diventare un punto di riferimento non solo per gli oppressi con cui aveva a che fare ogni giorno ma anche per intellettuali e uomini di partito. Questo è stato possibile perché Dolci era in grado di anticipare i mutamenti della società grazie a una attenta analisi delle condizioni di vita degli ultimi con i quali condivideva oltre alla vita quotidiana anche un dialogare serrato e attento. Scrive a tal proposito Casarrubea: “Gli piaceva il verbo «educare» perché in questa semplice parola vedeva enucleati tutti i suoi propositi di sociologo, poeta, scrittore e agitatore sociale, di ideatore di società alternative. Amava lo sforzo dell’e-ducere, del tirar fuori da una situazione inaccettabile e ingiusta e di far percorrere una via che conducesse a un mondo migliore. Prima che i decreti delegati giungessero a scuola, nel 1974, egli concepì per primo, aiutato anche da Lamberto Borghi, Aldo Visalberghi, dalla Scuola-Città Pestalozzi di Firenze, da Gianni Rodari, Albino Bernardini, Mario Lodi, Gastone Canziani e molti altri volontari che lo sostennero e lavorarono con lui, la gestione sociale della scuola, in cui svolsero, in tutte le decisioni strategiche, un ruolo centrale i genitori degli alunni. Ma anche educatori attivi che avevano lavorato con lui a Partinico, come Eyvind Hytten.

Era convinto che gli esseri umani hanno dentro di sé il germe della loro crescita, e che il compito degli esperti è solo quello di prendersene cura fornendo occasioni e strumenti. Per «murritiari» (‘ingegnarsi’), diceva. Cioè perché ciascuno potesse sperimentare da sé («strummintiari», ‘avere a che fare con oggetti vari’), essere messo in condizione di fare esperienze, di sbagliare e ritentare” (p. 128). Quello di Dolci era “un trasporto spontaneo verso gli ultimi, i più derelitti e meno capaci di risollevarsi con le loro sole forze, che derivava dalla sua particolare visione della vita. L’universo rappresentato anche nella più piccola realtà dell’esistente. Alla maniera di Rogers, era convinto che gli uomini, anche se menomati e deprivati, abbiano in se stessi il potenziale della crescita; che possano svilupparsi o ricomporsi organicamente da soli, seguendo un proprio «punto di vista». Il problema sarebbe stato solo quello di predisporre le condizioni favorevoli per il loro sviluppo.

Tutto il resto sarebbe stato superfluo. «Abbiamo già in noi stessi», scriveva, «la possibilità dei processi di analisi e sintesi: in un certo senso l’andata-ritorno dalla periferia e dal centro sono già in noi stessi. Questo lavoro di osservazione e verifica dei corpi, dei fatti, dei fenomeni, come il riconoscimento dei princìpi e delle strategie più valide avviene in ciascuno anche inconsciamente: e da immemore tempo»” (p. 129).

Dolci è stato capace di generare fiducia, di fare parlare chi non ha voce, di rendere ancora più vergognosa la vergogna. Ha organizzato una massa senza forma che soffriva la fame e che non sapeva di essere a pieno titolo cittadino e persona.

Scrive Casarrubea: “Dolci fu un testimone che chiamò altri ad essere testimoni di verità. La sua azione non si sarebbe giustificata nel grido anarchico e individualista dell’esempio, della partecipazione collettiva. Egli volle sperimentare con tutte le sue risorse la dinamica dell’essere tra gruppo e solitudine per «rispondere al bisogno di diventare uno con l’altro» e con gli «altri», e di «distaccarsene». In questa dinamica egli coglieva la crescita dell’uomo, «il momento dell’accumulazione e il momento del silenzio che decanta, assimila, integra con la visione, l’immaginazione creativa». Non dava una lettura politica, di massa, dello stare insieme. I suoi riferimenti erano i gruppi democratici che sarebbero stati tali se ciascuno avesse avuto la possibilità di comunicare con tutti gli altri, secondo un circuito «simbiotico-creativo», antropologico, nel quale la crescita non è possibile se io ho potere e tu non ne hai. Oppure se, nello stare insieme, io cresco e tu rimani impotente.

Ciò che accade all’individuo, diceva, di solito è nella struttura delle popolazioni, nelle quali le famiglie sono isolate, non hanno un rapporto creativo e solidale tra di loro e per ciò sono facili prede di soggetti più forti che tendono al parassitismo e a sviluppare un rapporto di dipendenza tra i leader e i vari nuclei sociali più o meno isolati. Si determina, così, un sistema presente non solo in Sicilia, ma in tutte le realtà simili per il loro «bagaglio culturale-religioso-tradizionale», come accade nei Paesi latino-americani con il peronismo e il coronelismo, paragonabili, appunto, al sistema clientelare-mafioso” (p. 143).

Il pensiero-azione di Dolci non può ancora oggi passare inosservato. Ma quali sono, in sintesi, i suoi grandi insegnamenti? Casarrubea ne fa un utilissimo elenco:

  1. La centralità dell’educazione per lo sviluppo, anticipata almeno di trent’anni, prima che se ne cominciasse a parlare a un livello istituzionale in Europa e negli accordi tra governi e parti sociali in Italia;
  2. La pratica della non-violenza per la costruzione della pace e della crescita virtuosa dell’economia;
  3. La necessità di non ridurre l’educazione a una semplice (o, peggio ancora, complessa) pratica di misurazione dei risultati;
  4. La valorizzazione delle risorse umane e naturali per lo sviluppo;
  5. La lotta alla mafia in quanto ostacolo alla modernizzazione;
  6. Il rifiuto della cultura consumistica e trasmissiva;
  7. La globalizzazione dei problemi imposti dalle crescenti forme di imperialismo e di dominio sul mondo;
  8. La centralità della comunicazione nelle relazioni tra individui, gruppi e popoli.

Si tratta di una prima sintesi perché l’opera di Dolci si presta a molte interpretazioni e a molti usi. Dolci è soprattutto un uomo del dialogo e della relazione io-tu, un uomo attento alla voce di chi non ha voce, alla prospettiva insolita di chi è senza potere. Leggendolo, la mente si apre a una più profonda comprensione dell’essere umano, dei suoi bisogni, delle sue incertezze. Non ci si stupisca allora, della capacità profondissima di Dolci di fare antropologia e di fornire analisi raffinate delle persone con cui vive e lavora.

Di fronte alla prima Commissione parlamentare antimafia così descrive l’ambiente umano in cui opera: “Uno degli impedimenti maggiori e all’interno e all’esterno è proprio, direi, la cultura, la morale locale, per cui il vero uomo, come voi sapete, è considerato molto spesso, secondo l’antica matrice culturale, l’uomo che fa i fatti suoi, l’uomo che si interessa di sé. Se difficile, a questo mondo, è stare insieme, collaborare (e tutti lo sappiamo) nella zona è particolarmente difficile, perché è predicata dall’antica morale, non da tutti, proprio la chiusura individuale. Questo incide fortemente sulla popolazione, perché, non essendo unita, non lavorando insieme, la gente fa fatica a scoprire qual è la situazione e tanto più fa fatica, tanto più, direi, è nella impossibilità di cambiare” (p. 255).

Dolci ci insegna che i cambiamenti sociali sono possibili ma solo a patto di lavorare fianco a fianco con gli oppressi in una comunione di vita e destino. “A differenza, però, di Freinet o di don Milani, Dolci sostenne sempre, anche nella sua pratica di gruppo con gli adulti, la centralità dell’azione maieutica e della competenza dell’educatore nell’esercitarla: «L’educatore è essenzialmente un esperto di maieutica, intesa come processo di chiarificazione teorica e pratica di gruppo, che avviene sulla base dell’esperienza e dell’intuizione di ciascuno». È e resta un «consulente» che forma altri educatori che, imparando il metodo, formano altre opportunità di gruppi nuovi, in una spirale che parte dall’individuo e, passando dal gruppo e dalla società più vasta, arriva a tutto il mondo. L’obiettivo finale è per Danilo la «pianificazione maieutica» che consenta un diverso modo di esistere tra gli esseri umani, su scala globale” (p. 155).

A che punto siamo oggi, soprattutto nel Mezzoggiorno, rispetto alla possibilità di esercitare un cambiamento che parta dalle ragioni di chi vive nei territori ed esprime esigenze e peculiarità che attendono solo che uno sforzo maieutico riesca ad attivare nuovi legami comunitari? Abbiamo abdicato ogni speranza a forme di assistenzialismo e dipendenza da nuovi potenti?

Pedagogia dell’impegno civile e politico

Il secondo libro è di Rossana Adele Rossi, Danilo Dolci. Per una pedagogia dell’impegno civile e politico, Editoriale Anicia, Roma 2017. Rossi prova a “riprendere quanto della complessiva opera dolciana presenta rilevanza, pertinenza e testimonianza pedagogica, evidenziando gli aspetti più salienti della sua vita e della proteiforme esperienza, del suo impegno socio-politico e culturale, dell’epistemologia e metodologia della sua ricerca-azione, del suo approccio sostanzialmente spirituale e utopico nel perseguimento di un mondo nuovo” (p. 171). Si tratta di un tentativo ben riuscito. Libro asciutto, sintetico ma profondo, che permette un primo approccio con questo gigante del pensiero e dell’azione non-violenta e che vuole porsi nella scia di un movimento di “contrasto al processo di rimozione storica che sta interessando uno dei più eccellenti intellettuali italiani del ventesimo secolo”(p. 28). Il libro di Rossi permette di fare una sintesi delle “urgenze” individuate da Dolci per gli operatori di sviluppo umano e spirituale:

1. La promozione di “coscientizzazione” nelle popolazioni mediante “autoanalisi popolari” finalizzate alla presa di coscienza delle modalità in cui è esercitato il potere partendo dall’analisi del più vicino di vita;

2. L’attivazione di capacità utili per effettuare una pianificazione organica e democratica con la più alta partecipazione creativa;

3. La propensione a riconoscere e a sviluppare nelle persone i valori più intrinseci, cercando di sostituire in essi il modello violento imposto dalle forze dominanti con i modelli ideali nonviolenti;

4. La tensione a sviluppare nelle popolazioni quella particolare forma di assunzione di responsabilità sociale che le incoraggi a denunciare fatti e fenomeni delle strutture violente, ricorrendo anche all’autorità delle “carte” e alle leggi vigenti;

5. La decisa volontà a promuovere e a implementare la formazione di Centri e la partecipazione degli stessi agli organismi nazionali e internazionali operanti per la pace e la nonviolenza (p. 9).

Ben altre operazioni, ben altre iniziative, ben altri piani, dovranno avvenire nei prossimi anni perché l’unità economica del Mezzogíorno possa essere premessa indispensabile dell’unità morale della nostra Patria

Adriano Olivetti, “Ai lavoratori di Pozzuoli”

Tutte queste attività sono possibili solo se l’educatore è consapevole del suo ruolo politico e sociale, e riesce a stabilire con gli alunni un rapporto affettivo, informale e sincero facendo in modo che l’amore per ciò che la persona è lo sostenga per farla essere ciò che ancora non è ma può diventare (p. 11). Secondo Rossi: “benché Dolci non fosse un insegnante, sapeva però e a ragione che l’educazione è un processo complesso e non può inscriversi in schemi precostituiti, aprioristicamente elaborati dal docente che dà all’allievo la forma cui quest’ultimo deve appunto adeguarsi, sì che diventi “con-formato”. L’educazione è invece un progetto dinamico, e in continua ridefi nizione, di crescita, attraversato da conflitti, da “crisi e “vittorie”, che fronteggia eventi imprevedibili e spesso agenti di modifi che controcorrente. Il che rappresenta la serie multipla dei passaggi obbligati nella maturazione di ogni individuo” (p. 118) ” La maieutica dolciana, quindi, sia come percorso finalizzato all’autoriscatto, all’autocoscientizzazione e all’autoformazione dell’adulto, sia all’educazione dell’infanzia si caratterizza come congeniale innovazione di una metodologia antica, ma ancora in uso. Dolci ha saputo attuare un’autoanalisi popolare che, nella presa di coscienza dei bisogni e dei problemi della comunità e nella collaborazione creativa di ciascuno, è riuscita a contrastare ingiustizie e ad eliminare sofferenze. Il suo intento progettuale di risvegliare le coscienze – nell’atto del coscientizzare e realizzare l’autocoscientizzazionee a risolvere la condizione di degrado in cui versa non solo la popolazione siciliana, bensì il mondo intero, gli fa considerare essenziale la diffusione dappertutto della creazione di strutture nonviolente di comunicazione maieutica (p. 119).

Dopo una fase “eroica” e di “combattimento” che vede Dolci schierato affianco agli ultimi per chiedere di “fare presto e bene perché si muore” e che è segnata da una contrapposizione anche dolorosa tra educatore e sistemi di potere, il periodo più maturo di Dolci è quasi tutto assorbito dallo sforzo di elaborare metodi pedagogici che permettano alla persona e alla comunità di realizzare il suo potenziale, di divenire persona nel senso più profondo e autentico del termine. Una nota di Dolci sulla presenza dell’eroe è molto significativa di questo passaggio di prospettiva: ” «La presenza dell’eroe è in un certo senso sintomo di insufficienza: di un gruppo che per sopravvivere, avanzare, non possedendo organizzazione strumenti tecnico-culturali sufficienti, costringe alcuni dei suoi, anche se indirettamente, ad una tensione sovrumana. […] È dunque necessaria la maturazione, la garanzia di qualità-quantità che si può ottenere attraverso l’azione comune, come altrettanto necessaria la tensione individuale […]. Dobbiamo seppellire l’eroismo mitico ed il santonismo, ma i nuovi eroi, semplici e puliti, occorreranno sempre» (p. 165). Dolci vuole sempre di più valorizzare l’unicità della persona rispetto all’aggressione di una società sempre più consumistica.

Scrive Rossi in uno dei passaggi più intensi del suo libro: “Nel nuovo mondo in cui prevarrà il buon senso, l’autorità sarà della conoscenza e dell’amore; anche parole come autorità, disciplina, dignità, credo religioso e legge, per Dolci nel nuovo mondo acquisiranno un significato altro nella sostanza e non come ipocrita adattamento di facciata. Il dovere considerare l’umanità come organismo unitario non vuol dire non accorgersi dell’esistenza dei conflitti che naturalmente esistono al suo interno. Si tratta semmai, come pensa Dolci, di porsi il problema di come risolvere i conflitti ovvero di come tradurre la lotta in simbiosi. «La nonviolenza attiva – dichiara Dolci – è un valore in sé in quanto modo di essere, qualità aperta e tesa di esistere, ma nello stesso tempo va considerata e studiata esattamente, freddamente direi, come mezzo fondamentale per meglio integrare l’individuo, il gruppo, l’umanità […] Occorre sapere con sempre maggiore chiarezza quale violenza, quale nonviolenza vogliamo, sapere misurare bilanci complessi; e distinguere tra la nonviolenza ingenua, molle e quella rivoluzionaria, intelligente, forte. Chi sta sotto, deve pensare che le cause del suo sottosviluppo, degli impedimenti alla sua vita, stanno prima nella sua non chiarezza – nella sua non organizzazione, nella sua non coerenza, nella sua non creativa forza – che nella cattiveria degli altri: impegnandosi nel non permettere agli altri, come a se stesso, che si sia inorganici, mostruosi». Dolci individua la necessità di approfondire i rapporti di vita tra i diversi giacché una profonda e vera azione di pace è possibile se c’è gente che ha fiducia nella possibilità di collaborare, lottare e vivere nello spirito e nella pratica della nonviolenza” (p. 165).

Si sbaglia chi crede di poter indurre cambiamenti “a forza di legge” senza passare dalla relazione educativa. E’ una scorciatoia che produce uomini-massa incapaci di soggettività e di autodeterminazione. Occorre, con urgenza – e Danilo Dolci è stato un maestro in questa pratica – “educare, senza nascondere l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando d’essere franco all’altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato” (p. 62).

Secondo Rossi – e io condivido pienamente questo giudizio – “In Danilo Dolci si coglie un gusto della scoperta e dell’imprevedibile la cui modernità è inconfutabile: lo dimostrano le teorie della complessità e gli esiti delle ricerche conseguenti a tali teorie che «hanno portato alla valorizzazione delle “domande legittime” di contro alle scolastiche “domande illegittime” basate sul già noto. […] Danilo Dolci, come i grandi pedagogisti critici del ’900 […] come Dewey, come la Montessori, come Freinet, come Freire, ci dà la possibilità di riflettere ancora una volta sulla funzione generativa dell’apprendimento che hanno le strategie educative centrate sulla domanda piuttosto che sulla risposta esatta» (pp. 86-87).

E pure i fiori erano utopia

Per concludere questo ritorno a Dolci, non posso fare a meno di riprendere una sua osservazione sulla natura della nonviolenza attiva: «La nonviolenza attiva è un valore in sé in quanto modo di essere, qualità aperta e tesa di esistere, ma nello stesso tempo va considerata e studiata esattamente, freddamente direi, come mezzo fondamentale per meglio integrare l’individuo, il gruppo, l’umanità […] Occorre sapere con sempre maggiore chiarezza quale violenza, quale nonviolenza vogliamo, sapere misurare bilanci complessi; e distinguere tra la nonviolenza ingenua, molle e quella rivoluzionaria, intelligente, forte. Chi sta sotto, deve pensare che le cause del suo sottosviluppo, degli impedimenti alla sua vita, stanno prima nella sua non chiarezza – nella sua non organizzazione, nella sua non coerenza, nella sua non creativa forza – che nella cattiveria degli altri: impegnandosi nel non permettere agli altri, come a se stesso, che si sia inorganici, mostruosi» (D. Dolci, Verso un mondo nuovo, Einaudi, Torino 1964, p. 30-31). Dolci ci rimanda sempre alla persona, alla sua crescita personale, al suo bisogno di libertà. Se non partiamo da questo punto rischiamo di finire dentro un vicolo cieco dove sognare il futuro diventa impossibile.

Noi, oggi, abbiamo urgenza di sognarci al futuro, di sperare l’insperabile, di recuperare il tempo perduto. E per farlo, potremmo trovare nuove ragioni per lottare accostandoci con umiltà al pensiero e all’azione di Danilo Dolci.

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