Danilo Dolci e lo sciopero alla rovescia

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Avvenne 63 anni fa a Partinico. I momenti di questa vicenda sono stati raccontati da Danilo Dolci nel libro “Processo all’articolo 4” edito da Sellerio, con questa  premessa;: “ Gli avvenimenti di Partinico, come d’ogni paese, non sono un episodio isolato: una precisa documentazione d’un singolo avvenimento facilita la conoscenza di tanti altri intorno, intimamente connessi”, con l’invito a non distaccarsi dal contesto in cui sono avvenuti i fatti. E il contesto è quello di 6000 disoccupati in un paese di 25 mila abitanti, soffocato da fame, malattie, violenza, furti, mafia, sfruttamento, emigrazione. Le ferite della guerra non si erano ancora chiuse e Danilo, da anni impegnato nel riscatto di questo territorio ha una strana idea: se lo sciopero è l’astensione dei lavoratori per far valere un loro diritto, si può usare, come strumento di protesta anche “uno sciopero alla rovescia”, ovvero una riappropriazione del lavoro, come protesta nei confronti di chi lo nega o non è capace di promuoverlo. Da lì i contatti con la Camera del Lavoro di Partinico e con il suo responsabile Salvatore Termini e l’idea di metter mano, con un gruppo di braccianti, a una via dissestata ma importante, per consentire ai contadini di raggiungere le loro campagne. Il due febbraio 1956 un gruppo di braccianti cominciò a lavorare in quella che era chiamata Trazzera vecchia, ma un solerte commissario di polizia provvide a fermare tutto e a denunciare i responsabili di quell’atto, a suo parere eversivo con l’accusa di occupazione di suolo pubblico e resistenza a pubblico ufficiale. I braccianti e Danilo vennero privati degli attrezzi di lavoro e si buttarono a terra come pesi morti, vennero  incarcerati come volgari delinquenti e venne negata la libertà provvisoria. Le provocazioni degli agenti di polizia, che accusavano Danilo e i suoi collaboratori di essere dei sobillatori, si associarono ad alcune violenze, nei confronti dei manifestanti, documentate da un operatore cui venne fracassata la macchina da presa Al commissario che lo arrestava Danilo disse:  «il lavoro non è solo un diritto, ma per l’articolo 4 della Costituzione un dovere: che sarebbe stato, era ovvio, un assassinio non garantire alle persone il lavoro, secondo lo spirito della Costituzione». Seguì una mobilitazione in tutta Italia nei confronti del governo filofascista di Tambroni , con interventi di parlamentari e con un processo “Ciò che avvenne nelle piazze, nelle camere di polizia, sui giornali, nei tribunali, fu lo scontro sui modi opposti di considerare la legalità in Italia: la Costituzione, come regola vivente dei cittadini, contro la pratica dell’autoritarismo gerarchico, eredità fascista.” Val la pena di leggere un passaggio dell’ordinanza  con cui venne rigettata l’istanza di scarcerazione presentata dai difensori di Dolci: “Nonostante le precedenti diffide e l’opera di persuasione svolta dagli organi di polizia, il Dolci e gli altri imputati hanno persistito nella loro attività criminosa organizzando e capeggiando l’arbitraria invasione di una trazzera demaniale da parte di un rilevante numero di braccianti, usando violenza per opporsi ad ufficiali e ad agenti della forza pubblica intervenuti per il ripristino dell’ordine giuridico violato. Tale condotta e le condizioni di vita individuale e sociale del Dolci sono manifesti indici di una spiccata capacità a delinquere del detto imputato.”  Per contro la sentenza di condanna riconosce l’alto valore civile  e le motivazioni sociali di Dolci difeso  dal più grande avvocato del tempo, Piero Calamandrei, che ribadì il diritto al lavoro sancito dall’art. 4 della Costituzione, ma anche da partinicese Nino Varvaro, il quale chiuse così la sua arringa: “Quelli che in questo genere di processi si suol chiamare facinorosi o ribelli o sobillatori, sono invece i creatori del benessere sociale e saranno per certo i costruttori di una società nuova. Noi difendiamo qui il lavoro, la cultura e la libertà. Difendiamo la costituzione della Repubblica Italiana. E Chiediamo che sia assolto.”  Il processo si concluse con la condanna di Dolci a un mese e 20 giorni di reclusione per invasione di suolo pubblico. Una condanna farsa sempre sulla tipica linea della giustizia italiana secondo cui lo stato non sbaglia mai e non si può ammettere che abbia sbagliato.

 

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