20 anni senza Faber

De Andrè

20 anni senza Faber. Non è facile. Forse il più grande cantautore italiano. Capace di rinnovarsi e di rinnovare continuamente la sua musica e i suoi testi. Ha cominciato a dare un’identità alla musica degli anni 60, giovinezza, quando  il panorama si apriva alla musica rock americana, quella dei Platters, di Paul Anka, mentre in Italia l’evoluzione rispetto al bel canto di Nilla Pizzi o di Claudio Villa era affidata a Domenico Modugno  e agli “urlatori”, da Dallara a Celentano, a Mina.

Nato nel 1940 a  Genova visse le sue prime esperienze musicali assieme a Luigi Tenco, a Gino Paoli e ad altri artisti della Genova degli anni 60: sin dalle sue prime incisioni cercò di sprovincializzare la musica italiana accostandosi al genere musicale di grandi autori come Jacques Brel, Leonard Cohen, Georges Brassens e Bob Dylan. E’ stato il primo in Italia a dare alla canzone contenuti nuovi, rispetto a quelli tradizionali, dimostrando come attraverso la canzone si potevano anche raccontare storie sino a quel momento riservate agli scrittori e ai poeti. E invero tutta la produzione di De Andrè è un grande affresco poetico dell’esistenza umana attraverso storie di suicidi, puttane, drogati, impiccati, ubriaconi, fannulloni, cioè di quel mondo “dove il sole del buon dio non ha i suoi raggi”, come egli stesso dice nella “Citta vecchia”. Alcuni brani, come “Il Testamento”, la “Ballata del Michè”, “La ballata dell’amore perduto”, “Bocca di rosa”, “Via del campo”, “Suzanne”,  “Don Raffaè”  ci mettono a contatto con questo mondo di vizi privati e pubbliche virtù, in cui vengono passate in rassegna le perversioni e il perbenismo di una borghesia  dove galleggiano “banchieri, pizzicagnoli, notai, coi ventri obesi e le mani sudate, coi cuori a forma di salvadanai” di cui De Andrè viviseziona tutto il marciume e la voglia, costantemente castrata, di voler volare altrove, ma di non esserne capaci.

Nella sua produzione più matura Fabrizio De Andrè passa ad affrontare temi più impegnativi, come quelli della “Buona Novella”, ispirata ai Vangeli apocrifi, con canzoni di altissima religiosità,  come quelli della raccolta “Non al denaro, non all’amore né al cielo, ispirati all’”Antologia di Spoon River” capolavoro poetico di Edgard Lee Masters, dove la vita è ripercorsa dall’aldilà, con l’occhio disincantato di chi l’ha vissuta, o come il tema della contestazione giovanile del ’68, rivissuta attraverso la raccolta “Storia di un impiegato”. Il titolo dell’ultima antologia di De Andrè, “Mi innamoravo di tutto”, può forse indicare meglio di ogni altra definizione la personalità complessa, “come un’anomalia”, ( per dirla col titolo di un’altra sua canzone), di questo artista e poeta che ha lasciato un’impronta indelebile in tutti quelli che ne hanno apprezzato e seguito l’esperienza musicale.

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